I componenti del cartello “Che gioia provo a fare il mio lavoro? Per una lettura lacaniana dello stress lavoro-correlato” – Monica Buonaguro, Costanza Ciancarelli, Marika D’Ambra, Michela Zanetti e Alfonso Leo

La malattia da Coronavirus (COVID 19) ha rotto il senso di controllo e di ordine che, apparentemente, regnava all’interno delle istituzioni sanitarie. Non si tratta di un’emergenza, come un terremoto, di grande impatto ma di breve durata, questo problema è di forte impatto ma di durata indefinita.

Ciò che rende un nemico ancora più temibile è la sua invisibilità; ciò che lo rende ancora più potente, la nostra angoscia paralizzante di fronte a esso.

Cosa accade quando ci troviamo a dover affrontare un’emergenza come quella che stiamo vivendo? Cosa è che emerge?

Ciò che emerge è il reale, del corpo, della biologia fragile e fuori controllo, il reale della morte di fronte al quale rispondiamo con l’unico affetto che Lacan dice non mentire: l’angoscia.

Tutto ciò, come una grande ombra, fa da sfondo al vivere dell’operatore sanitario, per il quale questi sconvolgimenti si sommano a sua volta all’impatto oggettivo dell’emergenza nel lavoro quotidiano, con tutti i suoi connotati, psicologici e psicofisici, emergenza di cui il troppo dire non sembra restituire chiara contezza.

All’inizio l’intervento si è concentrato sulla dirigenza, sull’introdurre la questione del limite. L’utilizzo negli interventi di significanti che potevano richiamare ad un sapere bucato, alla fragilità, al limite, l’impossibilità di affrontare tutto da soli ha, in un primo momento suscitato reazioni di rabbia. Poi nei giorni seguenti abbiamo rilevato i primi cambiamenti di atteggiamento. E lo sguardo ha cominciato a volgersi altrove.

Altro intervento importante è stato quello di rimettere in dialettica la patologia che ad un certo punto sembrava assorbirsi tutta nei COVID. Quindi come psicologi ospedalieri abbiamo tentato di far volgere lo sguardo a tutto ciò che non è COVID ma di cui ci si continua ad ammalare.

La posizione dalla quale abbiamo mosso gli interventi è ad oggi quella di una “stampella sussurrante” che a bassa voce getta nel discorso corale qualche significante che in qualche modo possa fare da punto di capitone.

Altro punto importante è stato fornire un supporto all’operatore, non per fare psicoterapia ma per fornire a lui uno spazio di parola ma qui viene la sorpresa.

Come era già accaduto in Cina, a Wuhan1Shuai Liu, Lulu Yang, Chenxi Zhang, Yu-Tao Xiang, Zhongchun Liu, Shaohua Hu, *Bin Zhang Online mental health services in China during the COVID-19 outbreak www.thelancet.com/psychiatry Vol 7 April 2020, gli operatori non gradiscono risposte strutturate, il telefono messo a disposizione rimane muto per qualche giorno. Si comprende che l’angoscia non lascia spazio alla parola. C’è l’emergenza, telefonare non ha senso. Cosa fare allora?

Questa corsa al “fare” mi ha portato solo da una parte: esserci. Rimanere al mio posto dove mi hanno sempre trovato per andare a vedere con loro, con paradossale serena angoscia, di cosa si tratta. Rimanere in quel simbolico che fa sì che si presentifichi la parola con cui si apre la dimensione del grande Altro, che però non è da interpretare. Attivare, di nuovo quel transfert positivo leggero dove c’è una domanda non operabile. Quella flebile domanda raccolta in una riunione, in una chiamata, o nel corridoio del reparto è stata posta e ascoltata. È così che posso esserci (non fare).

Il colloquio con gli operatori si è tradotto nell’angoscia di esserci e non esserci.

Da una parte c’è chi è impegnato in prima linea, costretto a confrontarsi con l’angoscia di morte, che si esplica non solo nel rapporto con il paziente, ma anche nella sospensione di vita. Diversi colleghi hanno deciso di non vivere a casa propria per il timore di infettare i propri cari, sommando così, all’angoscia di vivere la morte, la morte in vita.

Dall’altra parte c’è chi, invece, continua ad occuparsi di altre patologie e si sente inutile in rapporto all’azione, agli altri che sono in prima linea. Ulteriore problema, si, siamo tutti “eroi” come dicono i giornalisti, ma poi vai al supermercato e, se ti conoscono, ti evitano come un novello untore.

Come afferma Di Ciaccia2A. Di Ciaccia, “La psicoanalisi al tempo del Coronavirus” disponibile su: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n7-5-ap/#art_3: “Non siamo mai preparati al trauma. Il trauma è ciò che ci cade addosso e a cui non siamo per niente preparati. Certo, la situazione era impensabile, sebbene sia stata predetta più volte da alcuni scienziati”.

Lacan afferma che il trauma iniziale è dato dalla nascita nel Seminario X parla di “le trauma de la naissance”, un trauma condiviso da tutta l’umanità, in cui si “cade” nel mondo dell’Altro, un po’ come accade col COVID 19.

Magari un giorno questo trauma rappresenterà un incontro con il reale, tyché, da lavorare? Partendo dall’ insostenibile consapevolezze di limite che ha fatto scacco al senso di onnipotenza illusorio sostenuto dalla scienza e dalle nostre buffe certezze poste a rinnegare una morte e la malattia appartenente alla vita tanto quanto la nascita e la salute. Magari un giorno tutto questo sarà operabile. Magari un giorno, ma non ora.

Note   [ + ]

1. Shuai Liu, Lulu Yang, Chenxi Zhang, Yu-Tao Xiang, Zhongchun Liu, Shaohua Hu, *Bin Zhang Online mental health services in China during the COVID-19 outbreak www.thelancet.com/psychiatry Vol 7 April 2020
2. A. Di Ciaccia, “La psicoanalisi al tempo del Coronavirus” disponibile su: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n7-5-ap/#art_3

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