Di Anne Lysy 1Articolo pubblicato in Quarto, n. 2, settembre 1981, pp. 35-37.

Il cartello fa problema. Diverse questioni emergono, relative sia alla sua formalizzazione che al suo funzionamento. Ho radunato, per indirizzarvele, alcune riflessioni a questo proposito, nate nel corso di un lavoro di cartello iniziato di recente. In realtà, sono questioni o ipotesi molto generali, ma le formulo a mo’ d’introduzione a un tempo di meditazione sul cartello come luogo di lavoro analitico, sulla sua specificità e sul suo rapporto con gli altri luoghi.

Il cartello fa problema. Ma Lacan ci assicura di questo: “Non è comunque un enigma”. Lo diceva in occasione di Giornate organizzate a Parigi nel 1975 sulla funzione dei cartelli, i cui atti possono essere letti nelle Lettres de l’École (n. 18). E Lacan ci illumina su questa parvenza di logogrifo: “c’è qualcosa di contenuto in questa parola: cartello, che evoca esso stesso quattro, vale a dire che il tre più uno è proprio quello che riterrei come ciò che permette di delucidare il suo funzionamento, e che si possa andare sino a sei, ci vorrebbe che anzitutto la cosa sia messa alla prova; ho utilizzato il termine cartello ma, in realtà, è il termine Cardo che ci sta dietro, vale a dire il termine cardine; l’avevo portato avanti questo termine Cardo, ma ovviamente confidando in ciascuno perché ci vedesse quello che vuol dire. Alla fine ho preferito il termine cartello perché, al tempo stesso, è una precisazione e perché l’illustrazione che ne davo subito, parlando al minimo di ‘tre più uno’ avrebbe permesso di attendere un gioco efficace” (p. 221).

Anche se è stato dimenticato, il termine cardo ha comunque lasciato delle tracce nella formalizzazione attuale del cartello. Cardo significa cardine – si tratta di un tipo particolare di cardini: posti non sugli stipiti della porta ma in alto e in basso, nella soglia e nell’architrave. Questo termine designa anche il polo, l’estremità dell’asse attorno al quale la terra gira. Può anche designare il perno di una faccenda, il punto capitale, quello su cui si fonda e attorno al quale gira tutto il resto.

Come non leggere in questo cardo che il cartello è il supporto di un movimento di apertura e di chiusura o anche l’asse, il cardine che permette il turbinio; che è, da ultimo, il perno, quello che Lacan chiama “l’organo di base” della Scuola. Bisogna comunque precisare in che modo il cartello può fare cerniera.

È sul lato del numero e del nodo borromeo che possiamo trovare qualche chiarimento riguardo al suo funzionamento e, rispetto a questo, lo stesso Lacan ci indica la via. Ciò significa in che modo il cartello sia strettamente legato a ciò che articola nel suo insegnamento. “X 1 è molto precisamente quello che definisce il nodo borromeo, a partire dal fatto che è ritirando questo 1, che nel nodo borromeo è qualunque, che se ne ottiene l’individualizzazione completa, vale a dire di quello che resta – ovvero della X in questione non c’è più che dell’uno per uno” (p. 220). In altri termini: si tratta di far tenere insieme un certo numero di anelli di corda, per esempio, di modo che, se se ne taglia uno, tutti gli altri sono liberi, indipendenti.

Una prima questione, che mi pongo, è quella della scelta, data l’esperienza fatta, del numero 4+1. Perché aver precisato e fissato a quattro questa X che, nella prima formulazione del cartello, poteva essere anche tre o cinque; “ma quattro è la buona misura”, diceva già Lacan. Deve pur esserci una ragione. D’altro canto, la frequenza del quattro nell’insegnamento di Lacan è evidente; penso ai “quattro concetti fondamentali della psicoanalisi”, ai quattro oggetti, ai quattro discorsi…

Partendo dal principio del nodo borromeo, possiamo anche interrogarci sulla funzione del Più-Uno in un cartello. Una delle sue funzioni sarebbe quella di legale e/o di slegare? Legare chi? e chi a chi? Legare cosa (è degno di nota il fatto che il termine “persona” non appaia mai nella formulazione del gennaio 1980)? Come definisce questo legame, questo Uno? Se, come afferma Lacan, questa funzione esiste in ogni raggruppamento, quale è la sua specificità in un cartello, luogo di lavoro analitico? Perché è attribuita a una persona? Potremmo, in effetti, immaginare che essa sia assicurata a rotazione da qualcuno di diverso. Questo mi porta a chiedermi quello che implica la scelta del Più-Uno, il fatto di nominare qualcuno Più-Uno. In una risposta a Soury, Lacan sottolinea che il Più-Uno non è tirato a sorte.

Quanto al suo ruolo, precisa che sta al Più-Uno “di vegliare agli effetti interni all’impresa e di provocarne l’elaborazione”. Niente, quindi, si produce se non c’è nodo. Azzardo, allora, questa metafora, che riconoscerete, in quanto proviene dal Seminario su “La lettera rubata”, che apre gli Scritti, e in cui si dimostra il funzionamento di una comunicazione intersoggettiva vera e propria, ovvero, “in cui l’emittente (…) riceve dal ricevente il proprio messaggio in forma invertita” (p. 38): il Più-Uno sarebbe colui che permetterebbe che, negli anelli, si produca una circolazione, che un tragitto si realizzi, e che le “lettere” arrivino a destinazione. Assicurerebbe così un movimento di turbinio interno al cartello.

Inoltre, dato il suo posto di eccentricità di uno rispetto al quattro, forse ha da aprire un passaggio verso l’esterno, forse fa da cardine. Credo comunque che siano più gli effetti che questa posizione particolare provoca in seno al cartello (cfr. la produzione del nodo) che permettono l’apertura.

Altre disposizioni del cartello mi fanno pensare che il suo funzionamento interno sia anche determinato da ciò che lo apre sull’esterno: la permutazione e la produzione di lavori passibili di essere comunicati o pubblicati.

Il principio di permutazione fa del cartello un gruppo temporaneo: un termine di “un anno, due massimo” è fissato per le sue attività. L’effetto di questo limite temporale verte sul tipo di legame sociale instaurato in un simile gruppo: si tratta, per Lacan, di prevenire in quel modo “l’effetto di colla”. Questo termine può sembrare che faccia della dissoluzione del cartello una fine solo esterna e arbitraria; mi chiedo però se esso non conferisca al suo lavoro – forse tramite una precipitazione necessaria imposta dal suo termine – una dimensione temporale diversa? Per precisare questa cosa, si dovrebbe rileggere lo scritto su “Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata” ed esaminare se la forma della logica collettiva che Lacan vi sviluppa possa trovare una sua applicazione nella pratica del cartello. Ad ogni modo, la permutazione offre la possibilità di un funzionamento logico, al di là delle persone, nella misura in cui, come formula Pierre Soury, “chiunque può essere condotto a collaborare in piccolo gruppo con qualsiasi altra persona”. Turbinio che Lacan propone come ideale da ottenere.

Aggiungerò che il raggruppamento di quattro che si realizza, per così dire, “a caso”, non permette in nessun modo di prevedere una limitazione di effetti di amore e di odio; effetti di cui si dovrebbe render conto.

L’ultima riflessione che vi propongo concerne il prodotto del lavoro, “prodotto proprio di ciascuno, e non collettivo”. Poter render conto del fatto che un lavoro collettivo, svolto in una struttura di quattro più uno e secondo un ritmo preciso, precipita una elaborazione individuale, equivarrebbe per me a circoscrivere la specificità del lavoro analitico di cartello.

Che questo prodotto debba essere individuale, “proprio di ciascuno”, rivela che il cartello è una faccenda di soggetto, e quindi di verità particolare. Questa verità, è dal ricevente che il soggetto può riceverla. Che il Più-Uno fornisca a questo proposito un ruolo importante nel cartello, lo suggerivo poco fa. Pierre Malengreau scriveva di recente che il Più-Uno è incaricato di “interrogare il rapporto di ciascuno con quello che dice” (Delenda n. 6, p. 19). Potremmo sostenere che egli vigila sul fatto “che si dica” non resti dimenticato. Questa produzione individuale, la vedo pertanto come una messa alla prova per ciascuno del suo rapporto con il luogo comune e come uno sforzo di nominazione (già nella scelta del tema di lavoro) e di formulazione, che rende la sua esperienza trasmissibile. Mi piacerebbe chiamarlo un evento di scrittura, con ciò che questo implica come destituzione soggettiva. In effetti “scrivere – ci dice Maurice Blanchot – è rinunciare a tenersi per mano o a chiamarsi con dei nomi propri e, al contempo, non è rinunciare, è annunciare, accogliendo senza riconoscerlo l’assente – o con le parole in loro assenza, essere in rapporto con ciò di cui non ci si può ricordare, testimone del non-provato, rispondendo non solo al vuoto nel soggetto ma al soggetto come vuoto, la sua scomparsa nell’imminenza di una morte che ha già avuto luogo fuori da ogni luogo” (cfr. La scrittura del disastro). Se il movimento della scrittura è perpetua erranza, cancellazione di ogni certezza, spazio della dispersione in cui si rovina il Tutto, messa in rapporto con quello che sfugge a ogni rapporto, con l’Esterno assoluto, punto che è anche l’intimità stessa e l’origine del movimento come non-origine e assenza di centro, si capirà che la parola che lo porta non sarà parola di padronanza e di Senso assoluto.

Alcuni ribatteranno che il cartello non è il luogo di un’esperienza letteraria. Forse. Che questa digressione serva allora per lo meno a ricordare l’importanza dello scritto in Lacan: il suo interrogarsi sullo stile, la scrittura come “quello che lascia come traccia il linguaggio” (Ancora, Lituraterra), il matema. La questione che tento di formulare con queste deviazioni è quella della necessità di questo prodotto proprio di ciascuno; necessità, e non obiettivo o obbligo. Il cartello sarebbe un luogo privilegiato di produzione, di provocazione, come il termine stesso lascia intendere?

Questa produzione individuale può avere una ripercussione, non solo all’interno del cartello in cui è nata, ma anche all’esterno, con la comunicazione o la pubblicazione. È il momento di sottolineare l’importanza delle riunioni dei cartelli e degli organi di pubblicazione: essi moltiplicano il turbinio generato in seno al cartello; formano un altro luogo comune in cui, possiamo perlomeno sperarlo, una ventata di critica impedirà il sonno polveroso degli archivi.

Giacché si tratta proprio di sonno – e di scuoterlo. Se il sonno è raggruppamento, attaccamento a un luogo stabile, protezione della dimora, il cartello – in quanto è cardo – potrebbe invece rivelarsi luogo d’avventura (in tutti i sensi del termine): dispone, e in diversi modi, al risveglio. Farne l’organo di base della Scuola potrebbe proprio destinare l’analista a essere ciò che è, secondo Blanchot, lo scrittore: “l’insonne di giorno”.

Traduzione: Adele Succetti

Note   [ + ]

1. Articolo pubblicato in Quarto, n. 2, settembre 1981, pp. 35-37.

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