Vilma Coccoz1Articolo pubblicato in Uno por Uno, n. 10.

Nel saggio “Della psicoanalisi nei suoi rapporti con la realtà”,2J. Lacan, “Della psicoanalisi nei suoi rapporti con la realtà”, Altri Scritti, Torino, Einaudi, 2013, p. 355. leggiamo: “gli psicoanalisti sono detentori di un sapere su cui non possono intrattenersi”. Questa frase, congiunta alla precedente: “da qui la sua associazione con coloro che condividono con lui questo sapere unicamente per non poterlo scambiare”, permette di capire che il sapere di cui si occupa la psicoanalisi non è comunicabile da soggetto a soggetto – non c’è intersoggettività.

Ci sono altre vie che mostrano questa impossibilità di comunicare gli uni con gli altri ciò di cui si tratta. La prima di queste vie è quella della propria analisi, nel senso in cui ogni analisi è didattica. Nonostante ciò, il sapere di cui l’esperienza analitica istruisce è limitato: sapere della determinazione inconscia sull’essere parlante, sapere di un godimento particolare che si è ottenuto come sintomo. Ma un soggetto non può sapere niente del senso dei sintomi dell’altro, cioè della soddisfazione che questi sintomi producono. Per permettere l’accesso all’altro di questo sapere non è sufficiente la propria conquista, serve che ci sia stato il passaggio alla posizione di analista. Questa è la differenza fondamentale tra l’IPA e la Scuola, perché questa passe non è automatica, anche di questo passaggio si tratta di produrre un sapere.

Allora, anche se detentori di un sapere della struttura, gli psicoanalisti non si riuniscono come saggi per conversare dal loro sapere e così ampliare il campo di erudizione ma, al contrario, si associano proprio per un’impossibilità di conversare. Il cartello trova qui il punto di specificità della sua funzione: essere la cerniera, l’articolazione tra lo psicoanalista da solo, nella solitudine del suo atto e la Scuola, dove gli analisti lavorano per la trasmissione della psicoanalisi con la loro esperienza come analizzanti e analisti. Questo costituisce la seconda via, quella del matema.

Sembrerebbe che sia questo impossibile ciò che rende possibile il gruppo. Tuttavia, non è così semplice. Ne “Lo Stordito”3J. Lacan,“Lo Stordito”, Altri Scritti, op. cit., p. 472. Lacan dice: “La mia impresa parrebbe disperata (…) perché è impossibile che gli psicoanalisti formino un gruppo”. “Eppure il discorso psicoanalitico (…) è proprio quel discorso che può fondare un legame sociale sbarazzato di qualsiasi necessità di gruppo”. Non propone di eliminare il gruppo ma di fondare un legame senza la necessità di gruppo. Cosa dà origine a questa necessità?

In questo stesso testo, Lacan definisce il gruppo a partire dalla differenza tra effetti di gruppo ed effetti di discorso: “l’impossibile del gruppo psicoanalitico è comunque ciò che ne fonda, come sempre, il reale. Questo reale sta proprio nell’oscenità: dopo di tutto poiché gruppo esso «vive» dell’oscenità. Questa vita di gruppo preserva l’istituzione chiamata internazionale”. Ma come Lacan stesso ci dice: “Tutto questo importa ben poco, né importa che sia difficile per chi s’installa in conformità a uno stesso discorso, vivere altrimenti che in gruppo. Importa invece che a questo – intendo dire a fare un baluardo del gruppo – chiami la posizione dell’analista, così com’è definita dal suo stesso discorso. Come può l’oggetto a, stando all’avversione nei confronti del sembiante in cui lo situa l’analisi, come può sostenersi altrimenti che con il conforto del gruppo?”.

Pertanto, ciò che causa la necessità di gruppo rivela una comunità di struttura con la sua impossibilità: l’oggetto a. Se la psicoanalisi mostra la separazione dell’Ideale e dell’oggetto a, e la natura di sembiante di quest’ultimo, dando così la chiave della sua operatività, la posizione dell’analista rispetto dell’oggetto è determinata dagli effetti di gruppo che lo produce come analista.

Come funziona l’oggetto a nel gruppo? Sempre ne “Lo Stordito”, se la morte in Freud è l’amore, la “vita” del gruppo solo nomina l’odio. Nel fondarsi su un amore nei confronti di Freud e della psicoanalisi, l’IPA rinforza i legami di identificazione. Di conseguenza, non si produce la separazione tra l’Ideale e l’a, la cui distanza permette di rivelare il suo statuto sembiante, e il capo ne incarna la congiunzione.

Nei membri del gruppo si produce un effetto ipnotico: tace la critica dell’Ideale a causa dell’erotizzazione del legame con il leader, rimanendo i membri del gruppo ridotti ad essere eco del leader. Questo, dal canto suo, non ottiene perciò l’essere ma solo la consistenza immaginaria dell’a, “un sembiante in più, un’ostentazione di sembiante” (cf. “La Terza”).

In questo modo, l’amore e l’odio sono assicurati dall’avversione a riconoscere che l’oggetto non è altro che sembiante. Cosa si può aspettare dalla posizione di un analista prodotto da un reale il cui unico trattamento è la passione?

Il misconoscimento del reale in gioco, anche se produce un qualche sapere, sarà di sicuro scarso, come dimostra la produzione dell’IPA: punto zero di sapere.

Fondare un legame, pulito dalla necessità di gruppo, in cui si realizzi la distanza necessaria tra l’Ideale e l’a, operazione a carico del Più-uno del cartello, equivale a dimostrare che dell’essere c’è solo sembiante, che l’agente del discorso analitico è dell’ordine del sembiante, e che in un giusto annodamento tra un’impossibilità di sapere e un’impossibilità di gruppo, ciò che si ottieni è l’esistenza del discorso analitico.

Traduzione: Isabel Capelli


Note   [ + ]

1. Articolo pubblicato in Uno por Uno, n. 10.
2. J. Lacan, “Della psicoanalisi nei suoi rapporti con la realtà”, Altri Scritti, Torino, Einaudi, 2013, p. 355.
3. J. Lacan,“Lo Stordito”, Altri Scritti, op. cit., p. 472.

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