Manuela Simone

Quale incidenza ha avuto l’esperienza di cartello nella nostra vita? Quali effetti e quali eventuali spostamenti ha saputo produrre? Intorno a queste domande si intrecciano i giri del dire nell’ultimo appuntamento, che segna la dissoluzione del lavoro di cartello, giunto nel tempo di concludere, dopo due anni di puntuali incontri.

Diversi movimenti inconsci di chiusura-apertura nella loro alternanza hanno scandito in me l’emergere di opposti affetti. La chiusura si è caratterizzata dal prevalere del non-volerne-sapere-niente, che ha preso corpo intorno a sintomi di resistenza e stanchezza. L’apertura è coincisa con un effetto di risveglio, non privo di una certa inquietudine miscelata ad entusiasmo: ora voglio sapere, posso dirne qualcosa, proverò a scriverne. Con il tempo sono tornata sui vecchi appunti, mi sono emozionata nel rileggere i testi selezionati con cura, che si erano accatastati sulla scrivania, in un’attesa interminabile. Il sapere finalmente si rianima: aria fresca, nuovo ossigeno, nutrimento.

Un nuovo cantiere apre i battenti: la voglia di sapere, necessaria motrice di un desiderio finalmente ricaricato, riparte ed il lavoro riprende il corso. Su questa scia, sviluppo la decisione di candidarmi come delegata di cartello per l’iniziativa berlinese afferente alla New Lacanian School, LOB (Lacansche Orientierung Berlin). A partire da questo incarico, indago nuovi percorsi: oltre alla rimessa in moto di cartelli tradizionali anche la creazione di cartelli lampo, poi l’organizzazione di un inter-cartello, la produzione e la diffusione di scritti. Sono scoperte che catturano nel tempo e nello spazio (attualmente digitale) il mio desiderio, che si intreccia a quello degli altri partecipanti, in vista di altre tessiture di sapere, percorrendo il complicato litorale a cavallo fra le diverse Scuole europee dell’AMP e le diverse lingue, in questa terra di mezzo dove abito, la Germania. É un mio modo per prendere corpo, rientrare a far parte attiva dell’insieme di “sparsi scompagnati”1J. Lacan, Prefazione all’edizione inglese del Seminario XI, in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 565. in cui ciascuno ci mette il suo, per contribuire al discorso della Psicoanalisi nella sua attuale evoluzione del Campo Freudiano.

Poi, nel marzo 2020, tutto il mondo viene colto alla sprovvista dalla pandemia, veloce e insistente, invisibile e traditrice. Smarrimento e incredulità si intersecano gradualmente a un certo panico: l’angoscia di morte prende la forma della possibile perdita delle persone a me care. Temo il ritorno della devastazione: qualcosa di già vissuto, in seguito alla morte di un amore importante, si ripeterà, ancora. Ma anche il non-ritorno, il nuovo e inedito preludio di un disastro ineluttabile: “Ci sarà ancora calamità, ancora morte disperazione. Non c’è il minimo indizio di cambiamento. Il cancro del tempo ci divora. […] Non c’è scampo. Non cambierà stagione.”2H. Miller, Tropico del Cancro, ed. a cura di G. Davico Bonino, Club Ed. su licenza di Feltrinelli ed., Milano 1978, p. 3. Il reale è entrato ovunque nelle nostre vite, come la lava incandescente che ha sommerso Pompei.

Una domanda riecheggia in me: a cosa serve la psicoanalisi di fronte a quest’inondazione assoluta?  Potrà la psicoanalisi di fronte al diluvio universale farsi arca di Noè per salvarci, preservando il parlessere? Mentre lascio fluttuare questi interrogativi mi dò da fare nello sperimentare la possibilità di praticare la psicoanalisi nelle diverse forme, qualche volta in studio, quasi sempre a distanza, quando il corpo è presente al di là del filo del telefono o davanti al video, comodamente seduti nella poltrona di casa. Mi interrogo, ancora ora, sul funzionamento degli strumenti telematici, sulla necessità della presenza. E mi chiedo quale statuto del corpo sia in gioco: organismo o corpo pulsionale? Come può la parola in analisi, anche a distanza, toccare il reale del corpo?

Mentre il virus persevera con il suo orrore attraversando il nostro pianeta, la psicoanalisi può fare resistenza. Il lavoro di cartello, da spazio gioviale di scambio e di riflessione, si permuta in scialuppa di salvataggio e rema contro la corrente devastatrice della pulsione di morte. Funziona come scudo e freno, riparo dall’angoscia: da due anni, puntuale, ogni mese, il giovedì, alle 18,30. Presenti. 

 “L/a musica del vuoto” è il titolo del cartello attorno al quale hanno girato i nostri discorsi, le letture, le riflessioni, le esperienze, gli scambi sempre vivaci. Il mio tema si è maggiormente orientato nell’indagare il rapporto fra musica ed architettura, a partire dall’interesse risvegliatomi da una sollecitazione di Lacan.3“L’arte trae la propria forza solamente dalla raccolta di quanto viene scavato nel punto in cui il suo mancamento è compiuto. Ecco perché la musica e l’architettura sono le arti supreme. Intendo dire supreme dal punto di vista tecnico, come punto massimo nel basale, in quanto producono la relazione del numero armonico con il tempo e con lo spazio, precisamente dall’angolazione della loro incompatibilità.” J. Lacan, Il Seminario. Libro XVI. Da un Altro all’altro. Einaudi, Torino 2019, p. 8. L’architettura sta allo spazio come la musica sta al tempo: vuoto e silenzio rappresentano i corrispettivi effetti di svuotamento, in architettura nello spazio e in musica nel tempo. Qualcosa di questo svuotamento si è realizzato attraverso il lavoro di cartello, uno scavo in questo tutto-pieno che ci è precipitato addosso, un po’ di vuoto come protezione anti-valanga! Con l’effetto di una messa in questione, luogo di interrogativi e di effetti di divisione e di inciampo che toccano il corpo, facendocene sentire la presenza.

Ed ora … il lavoro continua per fare dell’altro: “[…] che ciascuno vi metta del suo. Forza. Mettetevi in più persone, incollatevi insieme il tempo necessario per fare qualcosa e poi dissolvetevi dopo per fare dell’altro.”4. Lacan, Le Séminaire, «Dissolution», leçon du 18 mars, 1980, Ornicar?, nn. 20-21, été 1980, p. 18, traduz. di A. Succetti (https://cartello.slp-cf.it/cartelli/testi-fondamentali/il-signor-a/)

Note

Note
1 J. Lacan, Prefazione all’edizione inglese del Seminario XI, in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 565.
2 H. Miller, Tropico del Cancro, ed. a cura di G. Davico Bonino, Club Ed. su licenza di Feltrinelli ed., Milano 1978, p. 3.
3 “L’arte trae la propria forza solamente dalla raccolta di quanto viene scavato nel punto in cui il suo mancamento è compiuto. Ecco perché la musica e l’architettura sono le arti supreme. Intendo dire supreme dal punto di vista tecnico, come punto massimo nel basale, in quanto producono la relazione del numero armonico con il tempo e con lo spazio, precisamente dall’angolazione della loro incompatibilità.” J. Lacan, Il Seminario. Libro XVI. Da un Altro all’altro. Einaudi, Torino 2019, p. 8.
4 . Lacan, Le Séminaire, «Dissolution», leçon du 18 mars, 1980, Ornicar?, nn. 20-21, été 1980, p. 18, traduz. di A. Succetti (https://cartello.slp-cf.it/cartelli/testi-fondamentali/il-signor-a/)

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