Marco Focchi1Testo pubblicato su Appunti Anno 1 – Numero 0 Luglio 1992 Gruppo Italiano della Scuola Europea di Psicoanalisi.

Ci siamo mai chiesti perché i cartelli si chiamano cartelli? Perché bisogna pur riconoscere che è un modo ben singolare di denominare un gruppo il cui obbiettivo fondamentale è la produzione di sapere. Possiamo certo immaginare che i precedenti storici vietarono di battezzarli con il nome che viene più spontaneamente alle labbra: gruppi di studio. Troppo pesano infatti le vicende del French Study Group. Ma Cartelli! È una cosa che non centra niente con il campo del sapere, che non profila all’orizzonte una dimensione particolarmente intellettuale.

D’altra parte Lacan è andato a scegliere questo termine con cura, con intenzione, pregustandoselo, tanto che nel ’64, quando annuncia la struttura di ciò che sarà cartello, non ne svela il nome, pur sottolineando di averlo trovato.

Cartello, ha un senso economico, è un contratto tra imprese diretto a disciplinare la concorrenza. Non possiamo in questo cogliere un monito per quel che riguarda la vita di gruppo, soprattutto psicanalitica, dove la concorrenza, la rivalità, l’aggressività fondata sulla contesa immaginaria sono le forze propulsive del neikos l’inimicizia prevaricativa che ottunde la dimensione desiderante?

Disciplinare la concorrenza significa per ciò disciplinare la rivalità immaginaria. Un cartello doganale è poi un accordo tra stati confinanti su misura per impedire il contrabbando. Per noi credo si tratti di impedire il contrabbando concettuale, che con la massima facilità inquina la dottrina psicanalitica.

Cartello è ancora una sorta di sindacato tra proprietari e industriali per mantenere i prezzi dei prodotti a un certo livello e possibilmente farli aumentare (OPEC). Questo è semplice: si tratta di mantenere alte le quotazioni della psicanalisi, tenuta costantemente sotto pressione dal punto di vista sociale, che tende a emarginarla.

Ma l’origine vera e propria del termine in questo senso non è neppure economica, ma politica. Cartello infatti viene da Kartell, termine che interviene a segnare un particolare momento della vita politica tedesca quando era guidata da Bismark. Dopo la costituzione tedesca del 1850, il suo problema era quello di contenere quella che considerava la minaccia parlamentare senza al tempo stesso soccombere alla dittatura di un partito militare reazionario. A questo scopo gli era necessaria un’intesa con la maggioranza dei deputati che non avrebbe pregiudicato l’autorità della corona né messo in pericolo l’efficienza dell’esercito. La crescita della socialdemocrazia seguita allo sviluppo sociale e industriale dopo la vittoria sulla Francia del 1871 gli creò qualche difficoltà. Per inferire un duro colpo al Reichstag nel 1886, con un anno d’anticipo chiese il rinnovo della legge sul settennato militare, ottenendolo con un colpo di mano che gli consentì di sciogliere il Reichstag. La conseguenza fu che alle elezioni nel 1887 i conservatori e i nazional-liberali formando il famoso Kartell ottennero la maggioranza dei seggi del Reichstag con il crollo dei progressisti e dei socialisti. Perché quest’accordo si chiama Kartell? È un calco dall’italiano “cartello” nel senso in cui il termine veniva usato come cartello di sfida (duello).

Vedete dunque quante cose convergono nel termine cartello: l’accordo, l’intesa e la sfida al tempo stesso. Noi vorremmo mettere l’accento sull’intesa, sulla cooperazione, ma è certo che il senso della sfida non ci è estraneo, e non era estraneo a Lacan. È prevista infatti una periodica mise à ciel ouvert sia dei risultati sia della crisi di lavoro, ovvero di ciò che la cooperazione produce come: intesa o malinteso.

Poiché i cartelli sono il modello base della nostra vita di gruppo vale la pena di mettere in risalto ancora alcune altre implicazioni che vengono dal contesto economico e politico in cui nasce il termine e il concetto di cartello. La prima è la differenza tra un cartello e un trust, che sono la stessa cosa, salvo che il cartello è transitorio e il trust è permanente e questo si rispecchia nel principio della permutazione, fissata ogni due anni.

L’altra è il tipo di consorzio a cui dà luogo un cartello: il punto di convergenza non è sulla bandiera, ma sull’interesse, non su dei principi ma sul concreto di una situazione. Il cartello raggruppa le persone in base a una comunità di interessi e non d’insegna. Vale a dire che non chiediamo a nessuno di aderire ai nostri stendardi per lavorare in un cartello; è il principio dei cartelli misti.

Ma diamo il nome per noi più appropriato a questo termine interesse: è il desiderio. Il fatto che il cartello riunisce le persone su una convergenza d’interessi e non d’insegne, significa che fonda il gruppo sul desiderio e non sull’identificazione con il leader, sul desiderio nei confronti della cosa psicanalitica. 

Cos’è la cosa psicanalitica? È la cosa sessuale. Questo va tenuto presente considerando che Lacan commentando la proposta dei cartelli si riferisce esplicitamente all’assioma “non c’è rapporto sessuale”. Il punto di partenza di ogni relazione è che non c’è rapporto sessuale, per cui se si è in due, c’è un’inesistenza in più che va contata e che fa tre. Questo non elimina l’inesistenza e se si è in tre si è in quattro e così via. C’è un elemento eterogeneo che va contato nella serie.

Il modo in cui formula il problema Lacan, presuppone il principio di induzione matematica generalizzato. Questo consiste nel procedimento di passaggio da “n” a “n+1”, che genera passo per passo la successione dei numeri interi e che costituisce uno degli schemi fondamentali del ragionamento matematico.

L’idea essenziale è nello stabilire un teorema “A” per tutti i valori di “n” dimostrando successivamente una serie di casi particolari A1 A2. La possibilità di farlo dipende da due condizioni: 

1) Se A1 è vera, è vera anche A2+1. 

2) La prima proposizione della serie è vera. Allora tutte le proposizioni della serie devono essere vere e A è dimostrata.

Così nel nostro caso abbiamo la proposizione base: tra l’uno e l’altro, non c’è rapporto sessuale e, questa inesistenza, va contata. Così abbiamo: l’uno, l’altro, il terzo, dove ancora vale: “non c’è rapporto sessuale” e quindi l’uno, l’altro, il terzo, il quarto e così via. C’è sempre un + 1 che manca.

Sappiamo che un modo di stabilizzare questa metonimia della mancanza è positivizzarlo nell’uno dell’ideale, questo dà luogo ai modelli di gruppo studiati da Freud in “Psicologia delle masse e analisi dell’io”. L’uno collettivizzante del leader conta la massa altrimenti incoerente e informe dandole un’identità. Come? Localizzando, occultando, fissando la mancanza. È la logica del Nome-del-Padre che ai “perché?” del bambino risponde: le cose stanno così punto e basta.

Ora, è proprio questo il modello di gruppo da cui Lacan intende smarcarsi criticando che sia possibile il legame solo a partire dal Nome-del-Padre. Qui sta il sale della sua critica istituzionale all’IPA. Egli dice chiaro e tondo che ciò che vuole promuovere è l’identificazione con il gruppo, ma un gruppo evidentemente non legato dal Nome-del-Padre “Gli esseri umani si identificano con il gruppo. Quando non lo fanno sono fottuti, sono da chiudere in manicomio. Ma con questo non dico con quale punto del gruppo debbano identificarsi”.

Questo è l’aspetto saliente della dottrina dei cartelli: si vuol promuovere un’identificazione, ma senza un punto di fissazione identificativo; un’identificazione errante, serpeggiante, senza insegna. Questo implica che il posto della mancanza sia lasciato libero ma al tempo stesso tenuto presente da qualcuno. Qualcuno che in linea di principio ha la funzione di coordinare, selezionare il lavoro del cartello. Qual è il modello di un’identificazione serpeggiante, il cui binario non è prefigurato dalla statua del capo? Non è un mistero, è la terza forma di identificazione descritta in “Psicologia delle masse e analisi dell’io”, ed è l’identificazione isterica. Lacan la puntualizza senza il minimo equivoco. Con cosa si fa l’identificazione se non con il Nome-del-Padre? Risposta: con ciò che è il cuore del nodo, dove situo il posto dell’oggetto “a” minuscola. Quest’oggetto domina ciò di cui Freud fa la terza possibilità di identificazione, quella isterica che si fa con il desiderio dell’altro.

Ora, l’identificazione isterica è definita da Freud come un vero e proprio contagio di desiderio, è proprio questo che vorremmo ottenere con il lavoro dei cartelli, un contagio di desiderio nei confronti della psicanalisi, un desiderio articolato con la cosa psicanalitica e che sia in grado di evitare le trappole narcisistiche della fissazione nell’ideale.

Sapete naturalmente che l’identificazione isterica è anche un’identificazione nel sintomo, e questo ci farebbe scivolare facilmente verso il Nome-del-Padre data l’identica funzione che Lacan attribuisce al sintomo e Nome-del-Padre nel nodo borromeo.

Qual è dunque il segreto? Che l’identificazione isterica è nel sintomo se il punto di coincidenza desiderante è mantenuto in rimozione. Se è fuori rimozione si evidenzia invece ciò che il sintomo ha funzione di occultare: che non c’è rapporto sessuale. Dunque perché tutto questo funzioni come gruppo psicanalitico, impone la necessità di tenere costantemente in analisi, sotto sorveglianza, la dimensione desiderante che soggiace al lavoro teorico e in questo senso dobbiamo riconoscere il compito di funzioni istituzionali come: segretari dei cartelli.

*intervento presentato alla giornata milanese dei cartelli del 6 aprile 1991

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1. Testo pubblicato su Appunti Anno 1 – Numero 0 Luglio 1992 Gruppo Italiano della Scuola Europea di Psicoanalisi.

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