Emanuela D’Alessandro

L’anno scorso un collega, membro della Scuola, mi propose il lavoro per la riedizione digitale di Appunti. Conoscevo la rivista, ma non ero al corrente del tesoro di volumi cartacei ai quali non avrei mai avuto accesso poiché, quando questi circolavano, non era ancora avvenuto il mio incontro con la psicoanalisi.

Decisi di accettare quella proposta, nonostante le mie scarse competenze informatiche, perché attirata proprio da quel tesoro di testi che avrei avuto l’occasione privilegiata di avere tra le mani.

Iniziò così questa esperienza e, anche se il gruppo fondante ben presto si modificò radicalmente, le mie aspettative si conservarono. Mi incaricai infatti proprio del maneggiamento dei volumi che arrivavano da diverse città e stanziavano nella Segreteria milanese, dalla quale li prelevavo per farli transitare in copisteria per il lavoro di scannerizzazione, per poi tornare a riprenderli e portarli nuovamente in sede.

Il testo scritto aveva per me una rilevanza concreta, si presentava come oggetto tangibile fatto di carta e inchiostro. Dentro racchiudeva una storia, quella della Scuola, di cui solo recentemente ero entrata a far parte come partecipante. 

Il mio spirito era affascinato dal carattere “vintage” dell’opera – il gruppo di lavoro lo avevamo chiamato proprio così, Appunti vintage −. Questo significante veicolava un mondo immaginario vasto, da cui anche il titolo che scelsi per questo mio pezzo, una volta costituitosi il cartello.

Contemporaneamente alla costituzione del cartello, però, qualcosa di tutto l’entusiasmo iniziale iniziò a scemare nel passaggio dal testo cartaceo a quello digitale. Non avevo più il mio appoggio immaginario alla pagina, all’oggetto concreto. Quest’ultimo infatti andava a circolare tra tutti i membri del gruppo, allargandosi anche ad altri colleghi della Scuola coinvolti in questa fase del lavoro. Ogni frammento di testo poteva essere copiato e incollato in altri luoghi pezzo per pezzo e salvato su file in diversi formati. Veniva poi inserito in una cartella comune on-line, divenendo così a disposizione e modificabile da chi volesse in qualsiasi momento.  Con l’oggetto così smembrato e virtualizzato, che ne sarebbe stato del piccolo tesoro che gelosamente avevo potuto custodire tra le mani?

Approcciandomi al lavoro sul digitale volevo mantenere a tutti i costi qualcosa di quel pezzo di carta, che a differenza del testo virtuale conservava quella che ho chiamato nel titolo “imperfezione”. Fu necessaria però in quella fase un’operazione di adeguamento dei testi a uno standard grafico che io trovavo fredda e distante dal calore che il testo “vintage” emanava. Cercai dunque (solo in après coup mi rendo conto che non fu una scelta consapevole) di evitare di avere a che fare con questa fase del lavoro, dichiarandomi (e pensandomi) incapace dal punto di vista grafico, lasciando ad altri l’incombenza di occuparsene.

Avvenne però una svolta. L’evento della pandemia provoca nella mia vita la contingenza di una perdita lavorativa importante, che lascia un vuoto nelle mie giornate e mi permette un nuovo approccio e un nuovo impegno inaspettati a questo lavoro di cartello. La revisione di Appunti diviene per me una pratica costante, che riempie un tempo ampio altrimenti difficile da sopportare. Messa alle strette, non posso più esimermi dal cimentarmi con la parte grafica, per la quale devo chiedere costantemente aiuto a chi è più “esperto”, ma mi accorgo di riuscire a imparare e scoprire cose nuove. Vi è un senso di soddisfazione unito a molta frustrazione quando, per quanto io mi sforzi, sembra proprio che il testo non voglia farsi addomesticare.

Il lavoro di revisione finale dei contenuti, lettura senza senso per trovare e correggere le imperfezioni del testo, mi evoca la lettura del testo del paziente in analisi, l’ascolto del suo discorso e gli interventi dell’analista, interventi letterali, fuori dal senso degli enunciati.  Se ascoltando si segue il senso, qualcosa di più importante si perde e lo stesso avviene leggendo gli articoli durante la revisione di Appunti: la mia lettura non può seguire il filo del discorso ma, lettera per lettera, va a individuare quei piccoli errori, a volte minuscoli (un accento grave o acuto) che, evidenziati, divengono il fulcro del lavoro.

Che ne è stato della mia amata imperfezione? Nascondermi dietro l’estetica dell’“imperfezione vintage” era un modo di rimanere attaccata immaginariamente a quel gusto per l’antico che nascondeva forse una superficialità di analisi, non solo del testo? 

È ancora un lavoro molto duro perché mi impone di rapportarmi ogni volta con l’insopportabile di una ricerca minuziosa del dettaglio che, pur sapendola irraggiungibile in modo perfetto, non posso più esimermi dalla fatica di affrontare. Insomma, l’imperfezione è assicurata, ma non è più un alibi.


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