Riassunto dell’intervista di Marisa Morao a Miquel Bassols

20 agosto 2014

Il cartello è il miglior modo per domandare l’entrata nella Scuola dalla topologia propria dell’inconscio: si bussa alla porta dell’inconscio dall’interno, come ha detto Lacan in un certo momento, è un paradosso, perché per aprire la porta bisogna essere dentro.
Non esiste un’introduzione al sapere analitico né dei passi da fare come nel discorso universitario. Non c’è un sapere teorico proprio nella psicoanalisi, ogni sapere è legato al sapere inconscio. Il cartello è la cerniera di quella porta verso la Scuola perché il lavoro nel cartello, in un certo senso, è già trovarsi al lavoro nella Scuola. Quando un cartello funziona bene, ciascuno si sente accompagnato nella propria solitudine. Si è sempre soli, ma nel cartello c’è la possibilità l’interloquire: di ragionare con altri. Si mantiene l’irriducibile del rapporto di ognuno con il sapere, singolare e solitario, ma si può ragionare quella solitudine con gli altri. Il cartello permette di ragionare quel sapere che non può essere ridotto a sapere teorico perché è un sapere testuale, come lo è il sapere dell’inconscio. Certamente, ciò dipende dalla funzione del “più-uno” che favorisce che questo accada, opponendosi
all’identificazione di gruppo, il che, più che un supposto sapere, implica un sapere agire. Il più-uno è l’agente provocatore di un sapere, di un lavoro che svolge la funzione di risveglio. Quando supponiamo di aver capito velocemente, probabilmente quello che succede è che ci si addormenta. Si tratta di andare contro corrente rispetto a questo. La tecno-scienza attuale ci permette di rimanere addormentati. Un dibattito attuale nel campo della scienza riferisce come le riviste scientifiche si limitino a pubblicare degli articoli in cui si citano a vicenda. Risvegliarsi di fronte all’incontro con il reale è mettere in sospeso il soggetto supposto sapere che funziona tacitamente nei nostri incontri, nei nostri convegni. Un buon modo è risvegliare il senso delle parole, non lasciarle addormentate nel senso tacito, risvegliare di nuovo le vecchie formule guastate dall’uso come se dessimo per scontato cosa significano. Come diceva Paul Valéry “con le parole della
tribù creare un nuovo senso”. Si tratta, cioè, di mettere in sospeso il sapere acquisito per ripensare di nuovo. Il sapere in psicoanalisi si produce con l’incontro, il ritrovamento. Il lavoro del cartello è un buon laboratorio per produrre l’imprevisto. La funzione essenziale del più-uno è di far apparire ciò che non fa comunità. Un uso dell’Uno che non
implica l’integrazione omogenea ma fa apparire l’uno per uno, “l’infinito latente”, come diceva Lacan.

C’è una logica dell’Uno Globale, che tende verso la fusione e c’è la logica dell’Uno infinito latente che non fa comunità. La logica del cartello è applicabile alla comunità per proporre un legame, uno per uno, che apre a una serie in un infinito latente. Il problema è sempre come operare con la differenza. Non possiamo parlare di una storia del reale ma possiamo parlare della storia delle risposte che diamo al reale. La psicoanalisi ci insegna che il reale si produce. Non c’è un reale dato all’entrata; esso è un prodotto delle risposte che il soggetto dà in quel punto. Un reale domanda un atto; non è semplice, a volte non viene da solo, bisogna essere disposti a un incontro con il reale, bisogna non eluderlo come fa il principio di piacere. “Consenso al reale” è una maniera di dirlo. Il cartello della passe tratta la politica stessa del sintomo. Il cartello ha una funzione etica, clinica e politica. Il cartello della passe è un partner sintomo della Scuola che ha una funzione epistemica.