Amelia Barbui1Testo precedentemente pubblicato ne La Psicoanalisi n. 59, 2016.

(SECONDA PARTE)

Se interroghiamo la funzione del “più uno”, dell’agente provocatore, non possiamo non riferirci all’intervento di J.-A. Miller del 1986 su Cinque variazioni sul tema dell’elaborazione provocata,2J.-A. Miller, Cinque variazioni sul tema dell’elaborazione provocata, disponibile su https://cartello.slp-cf.it/newsletter/newsletter-1/cinque-variazioni-sul-tema-della-elaborazione-provocata/ ed eccoci alle prese con una serie di “non” declinati sulla struttura dei quattro discorsi, ciascuno considerato come un modo di provocazione. A questo proposito, Miller colloca la provocazione al posto dell’agente; al posto dell’altro, del lavoro, pone l’elaborazione; nel posto in basso a destra la produzione; e al posto della verità, l’evocazione.

Il “più uno” non svolge la funzione dell’S1, come nel discorso del padrone poiché, in questo caso, la provocazione prenderebbe la forma del richiamo al lavoro

Come S1, significante padrone, il “più uno” metterebbe al lavoro solo del sapere già costituito e quindi non si produrrebbe che del fuori simbolico: l’oggetto a. Se accadesse questo, l’esito del lavoro in cartello sarebbe qualcosa che non si potrebbe dire, “non si potrebbe testimoniare di ciò che si è fatto”.

Il “più uno” non svolge la funzione dell’S2, del sapere.

Se il “più uno” si ponesse come S2, ci troveremmo nel discorso universitario, e si produrrebbe S/. Se si parte, infatti, da un sapere costituito, che si va a cercare nel “più uno”, si producono inevitabilmente degli agenti provocatori e si assiste alle famose “crisi di cartello”.

Il “più uno” non svolge neanche la funzione di oggetto a, come nel discorso analitico.

“Se il cartello coopta un analista come “più uno”, e costui si tiene in questa posizione, i partecipanti si sconnettono, si slegano, e il risultato sono dei significanti padroni.”

Non svolge nemmeno, o almeno non del tutto, la funzione di soggetto barrato, anche se è quella che più gli è propria poiché il discorso isterico spinge alla produzione di sapere.

Il “più uno”, dunque, come soggetto barrato, per non rimanere ingabbiato nel discorso isterico, deve rinunciare a tenere nascosta/segreta, nel suo vuoto, sotto l’esteriorità della cosa preziosa, la causa del desiderio e deve porla “al servizio” del cartello consentendo il lavoro del transfert di lavoro. É questa  – precisa Miller – la posizione tenuta da Lacan nel suo insegnamento: incitare al sapere dalla posizione di analizzante, a partire da Freud.

Lo schema di funzionamento del cartello, messo a punto da Miller secondo un’organizzazione circolare alternativa alla gerarchia, mostra che, a partire da ciò che Lacan sapeva, emerge, in posizione di fascinazione, l’oggetto a che causa il lavoro del transfert che il più o meno uno, come soggetto barrato, mette a disposizione del cartello per far sì che, per via del transfert di lavoro, lo sciame di S1 producano, ciascuno, del sapere.

 “Lo sciame è ben formato – scrive Miller3J.-A. Miller, Cinque variazioni sul tema dell’elaborazione provocata, disponibile su https://cartello.slp-cf.it/newsletter/newsletter-1/cinque-variazioni-sul-tema-della-elaborazione-provocata/ – quando ciascuno ha le carte in regola, i titoli per esserci. Ciò significa che i membri lavorano a partire dalle loro insegne e non dalla loro mancanza ad essere. I membri del cartello sono S1 al lavoro, non dei soggetti supposti sapere o dei saccenti. Occorre dunque, che ciascuno vi entri con il proprio tratto, messo in valore come tale. É questa la condizione per avere un lavoro che produca sapere.”

Definire la funzione di “più uno” enunciando ciò che non è, senza ridurlo a una definizione precisa che logicamente necessiterebbe di un insieme ben definito, sposta la logica che sottende il cartello da quella del tutto e dell’eccezione, che era propria dei gruppi senza capo, a quella del non- tutto.

Il cartello non risponde, dunque, alla logica Edipica, dove l’eccezione permette di costituire un insieme preciso dai contorni netti, a cui si appartiene o non si appartiene, ma piuttosto alla logica del non-tutto, alla logica femminile, fuzzy, quella è in opera nella psicosi ordinaria. Una logica dove vige l’approssimazione, il “non è sicuro”, il “più o meno”, con cui ci troviamo ad avere a che fare nel momento in cui viene a mancare quel principio organizzatore che ci consente di ripartire, secondo classi, in modo dicotomico e discontinuo il reale o la verità delle cose umane.

Lavorare in un Cartello è dunque un ottimo esercizio.

Non si lavora in un insieme chiuso, in un gruppo, e nemmeno in un insieme aperto, quello della topologia in cui trovano posto concetti come “vicino”, “lontano”, “attaccato”, “separato” e che consentono spostamenti in ogni direzione, da qualsiasi punto dell’insieme, senza uscirne, secondo il principio della democrazia.

Ad ogni definizione di insieme aperto ne corrisponde, infatti, una di insieme chiuso, come suo complementare. Siamo dunque ancora presi in una logica dicotomica, aperto, chiuso in cui trovano posto le formule della sessuazione4J. Lacan, Seminario Libro XX, Einaudi, Torino.: “x  Fx, che indica un criterio ben definito di appartenenza all’insieme degli uomini, ed $x ØFx che sancisce l’esclusione e definisce, al tempo stesso, l’insieme in quanto esterno.

In sintesi:

  • I punti (x, y) del piano cartesiano che soddisfano l’equazione x2 + y2 = r, formano una circonferenza.
  • I punti che soddisfano la disuguaglianza x2 + y2 < r, formano un insieme aperto.
  • I punti che soddisfano la disuguaglianza x2 + y2 ≤ r, formano un insieme chiuso, potremmo dire dall’ideale, a cui tutti sono accumunati.

 Si lavora, invece, in un insieme dai contorni incerti, in un insieme fuzzy, dove mancano criteri ben definiti di appartenenza, dove ciascun elemento ha un certo “grado di appartenenza”, che va dalla non appartenenza all’appartenenza completa, secondo una continuità, e dove ciascun elemento è definito nella sua differenza dagli altri. Alle estremità si trovano i “radicalmente opposti” e nel mezzo troviamo una campana di più o meno, come nella curva di Gauss dove, come Miller5J.-A. Miller, in “La psicosi ordinaria. La conversazione di Antibes”, p.195, Astrolabio, Roma. ci ricorda, ha posto “la verità delle cose umane” e il “non è sicuro” che è il nostro pane quotidiano.

Si appartiene e non si appartiene al tempo stesso, c’è indeterminazione, “non è detto che non” “non è impossibile che” come dal lato femminile delle formule della sessuazione in cui manca il punto di partenza su cui costruire l’insieme, Ø$x ØFx , e dove il “pas-tout” – Ø”x Fx  designa un certo tipo di relazione con la funzione fallica, indicando che da una posizione femminile si ha rapporto con Fx ma nell’indeterminazione.

Il “pas-tout” indica che da qualche parte, e niente di più, una donna ha rapporto con la funzione fallica, non tutte, non è impossibile che … .

Mettere tra parentesi la rassicurante logica bivalente del gruppo e optare per una logica a valori multipli, con diversi gradi di verità, in cui non valgono i principi aristotelici di non contraddizione e del terzo escluso, è un banco dove apprendere o almeno mettere alla prova un certo, soggettivo, “saperci fare” con l’Altro che non esiste.

Mentre gli insiemi classici ci permettevano di dare una definizione precisa di appartenenza e al tempo stesso di esclusione, gli insiemi dai contorni incerti “rispondono” in modo diverso all’interrogativo sul problema della frontiera, del passaggio da un dominio al suo complementare, e sul problema del limite, consentendo di mettere in funzione la mancanza di quei criteri ben definiti di appartenenza su cui si fonda l’ordine.

Lacan interroga l’ordine e lo mette in discussione introducendo i nodi dove l’Immaginario, il Simbolico e il Reale non si differenziano gerarchicamente. Propone così un passaggio “Dall’effetto ordine all’effetto nodo”.6J. Lacan, Le non-dupes, lezione del 15/1/1974. E scrive: “La nozione di ordine – che, come dice più avanti, non consente l’originalità – mi disturba e cerco di uscirne mostrandovi qualcos’altro, che c’è della nodalità”.

Nel Seminario R.S.I. 7J. Lacan, R.S.I., lezione del 11/02/1975. precisa, inoltre, come il nodo borromeo contrasti l’immagine della concatenazione, nel senso che non c’è reciprocità del passaggio di uno nel buco che gli offre l’altro, cioè uno non si lega all’altro, non fa catena. E’ questo il rapporto tra Simbolico, Immaginario, Reale. Il nodo borromeo fornisce così un modello di legame nella separazione e di separazione nel legame. É questa la struttura, non facile, a prima vista contradditoria, del cartello in cui il legame si fonda sulla separazione.

J.-A. Miller nelle lezioni del marzo 2008 scrive: “La psicoanalisi nodale guadagnerebbe nell’essere risituata a partire da ciò che chiamo psicoanalisi liquida”. E prosegue: “Si potrebbe dire che il nodo permette di pensare ciò che si mantiene della struttura che risponde allo stato liquido della psicoanalisi. Il nodo ci presenta un’articolazione tra ciò che c’è di liquido e la struttura.”     

Se a questo punto interroghiamo, ancora una volta, il cartello per articolarlo con lo stato liquido della società moderna ci imbattiamo su un’interessante osservazione di Z. Bauman riguardo i legami che tengono insieme uno sciame, in cui non possiamo non cogliere alcune singolari analogie con il funzionamento del cartello dove lo sciame è dato dagli S1. in “L’etica in un mondo di consumatori”

“In una società liquido-moderna, lo sciame tende a sostituire il gruppo, con i suoi leader, la sua gerarchia di comando e il suo ordine di beccata. Lo sciame può fare a meno di tutti questi orpelli senza i quali un gruppo non potrebbe esistere. Gli sciami non devono trascinarsi dietro pesanti strumenti di sopravvivenza: si assemblano, si disperdono e si ricompongono a seconda dei casi, guidati ogni volta da priorità differenti e invariabilmente mutevoli, e attirati da obiettivi che cambiano in continuazione, da bersagli in movimento. Il potere di seduzione rappresentato dal fatto di avere obiettivi sempre nuovi è di regola sufficiente a coordinare i loro movimenti, rendendo di conseguenza superfluo qualsiasi comando o altra imposizione “dall’alto” (anzi l’alto stesso – il centro – è superfluo). Lo sciame non ha un alto, un centro: è solo la direzione contingente del suo volo a collocare alcune delle unità di questo sciame a propulsione autonoma nella posizione di “leader”, da “seguire” per la durata di un determinato volo o per una parte di esso.”8Z. Bauman, L’etica in un mondo di consumatori, Laterza Roma.

Jacques Lacan, proponendo il lavoro in cartello, dove si sperimenta quella modalità singolare di legame che risponde al non-tutto, ha dunque saputo anticipare le esigenze della “modernità liquida”.

Il cartello è infatti uno strumento di lavoro flessibile, mobile, efficace e di breve durata, in cui ciascuno, uno per uno, può mettersi in gioco scegliendo i propri compagni d’avventura con la promessa che durerà al massimo due anni. E per la Scuola, il cartello è un dispositivo prezioso la cui funzione è di incepparne il “buon funzionamento” che inevitabilmente la farebbe scivolare verso un insieme chiuso, ricordando che la psicoanalisi è nata con il no dell’isterica al buon funzionamento della medicina e che tale obiezione, che nel corso del tempo si è presentata in forme diverse, si reitera sotto forma di ciò che non funziona, degli scacchi, delle crisi di lavoro, su cui la psicoanalisi si fonda e interroga.


Note

Note
1 Testo precedentemente pubblicato ne La Psicoanalisi n. 59, 2016.
2, 3 J.-A. Miller, Cinque variazioni sul tema dell’elaborazione provocata, disponibile su https://cartello.slp-cf.it/newsletter/newsletter-1/cinque-variazioni-sul-tema-della-elaborazione-provocata/
4 J. Lacan, Seminario Libro XX, Einaudi, Torino.
5 J.-A. Miller, in “La psicosi ordinaria. La conversazione di Antibes”, p.195, Astrolabio, Roma.
6 J. Lacan, Le non-dupes, lezione del 15/1/1974.
7 J. Lacan, R.S.I., lezione del 11/02/1975.
8 Z. Bauman, L’etica in un mondo di consumatori, Laterza Roma.

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