Aurora Mastroleo

Grazie al Cartello sul pas-tout mi sono imbattuta nello studio dei Seminari di Lacan degli anni 70. Tale lettura – notoriamente complessa e faticosa – è stata possibile grazie al solido sostegno del transfert di lavoro. Queste pagine, così dense di riferimenti a teorizzazioni provenienti dalle altre discipline, mi hanno interrogata circa la possibilità di intrecciare il concetto del pas-tout con l’ascolto quotidiano dei pazienti.

L’opportunità di leggere la trascrizione del primo Seminario di Miller (la cui traduzione è di recentissima pubblicazione), è stata incoraggiante, infatti mi ha colpito quanto Miller diceva nella prima lezione del suo corso che risale al Novembre del 1981, cioè pochi mesi dopo la morte di Lacan. In apertura della lezione inaugurale Miller sottolinea che l’ultimo insegnamento di Lacan rappresenta un “tesoro” per la clinica. Miller racconta che Lacan veniva bersagliato dalla domanda degli allievi circa il destino del suo insegnamento dopo la sua morte, ben vent’anni prima della sua scomparsa. E aggiunge:

“Della sua morte Lacan non soleva parlare in modo triste. Diceva che la morte poteva dare vita a un Lacan ripulito dall’immaginario (…) Egli si era fatto una promessa: Quando sarò morto arriverà finalmente il momento in cui mi si capirà. Bè, ci siamo. (…) Naturalmente quando si ripuliscono le cose dal loro immaginario, resta il famoso pezzo di reale. Ebbene, vedrete questo pezzo di reale di Lacan si affermerà. L’aspetto indigeribile di Lacan finirà per affermarsi.”1J.-A. Miller, Capisaldi dell’insegnamento di Lacan, Astrolabio, Roma 2021, p.10.

Lacan si era fatto una promessa al di là della propria morte… mi colpisce la determinazione, il suo incessante rilanciare sulla via del desiderio. Poi, la frase “L’aspetto indigeribile di Lacan finirà per affermarsi”. Questa suona come una profezia che oggi, dopo più di quarant’anni, possiamo dire si sia ampiamente avverata. Il titolo del convegno 2021 della Scuola lo conferma. Ma ancor prima, nel discorso di apertura del Convegno dell’AMP a Rio de Janeiro, Miller ricordava che due anni prima aveva “girato la bussola sull’ultimo insegnamento di Lacan”.2J.-A. Miller, “Habeas Corpus” in “Le psicosi ordinarie e le altre sotto transfert”, Scilicet, Alpes, Torino 2018, p. IX.

Dunque, cosa è successo in questi ultimi quarant’anni? Come per Freud – nel passaggio dalla prima alla seconda topica – e come per Lacan – nel passaggio dalla teoria del significante alla teoria del parlessere – pure per la Scuola dopo Lacan, sono stati i fenomeni clinici e le difficoltà di trattamento dei sintomi a stringere maggiormente il campo di lavoro verso il Reale e dunque a portare la Scuola a distillare “il pezzo di reale di Lacan” … ciò che Miller definiva “l’indigesto”. Ebbene, nello studio in Cartello abbiamo fatto esperienza della chiarezza di questa espressione, assaporandone la portata; e ne e è valsa la pena. Infatti il pas-tout non è un astruso conetto filosofico – come invece prima mi pareva – ma uno strumento clinico che consente di concepire il sintomo e dunque di ascoltare il discorso dei pazienti da una diversa prospettivaMi sono quindi chiesta, se esiste anche una “clinica non tutta”. Forse sì, e coincide con la clinica del parlessere che si coglie stando nell’orizzonte etico della psicoanalisi indicato da Lacan con il pas-tout.  

Sappiamo che nella nostra epoca “l’ordine simbolico è un sistema di sembianti che non domina il reale ma gli è subordinato e questo dà luogo alle nuove formazioni dei sintomi”. Questa è una delle frasi più ripetute a partire dal Convegno di Rio de Janeiro del 2016. Non si tratta di slogan ma di quanto ha consentito, oramai più di vent’anni fa, di elaborare il concetto della psicosi ordinaria, così prezioso per la clinica della contemporaneità.

Nel formulare il pas-tout Lacan si serve dell’incontro fortunato con gli strumenti logici della nuova matematica. Incontro felice perché consente a Lacan di mettere in forma il vuoto di sapere circa il Reale. Per farlo si addentra in una logica ostica, direi contro-intuitiva che richiede un certo esercizio finalizzato a compiere un salto epistemico considerevole, quasi un’acrobazia. Si tratta di pensare alla mancanza insita nella negazione del pas tout, non con la categoria familiare dell’incompletezza, come quando assistiamo ad una variabile che manca, che viene meno, ma con la categoria dell’incognita e quindi abitata dalla discordanza, dalla complessità, anche dal paradosso. 

La logica sottesa al pas tout richiede il superamento di molti preconcetti e delle categorie con cui siamo abituati a pensare. Non è facile infatti andare al di là del principio di non contraddizione, eppure quando tale acrobazia logica riesce, allora i nuovi fenomeni clinici possono apparire un po’ più nitidi e essere messi in forma. Ad esempio, ho potuto ascoltare nella serata della Segreteria Milanese intitolata “Differente-mente” Silvia Morrone spiegare come nelle istituzioni preposte all’accoglienza delle questioni di genere, oggi sia rilevabile una sessuazione fluida, caratterizzata dalla discordanza. E poi ancora nella Giornata di studi dell’Institut de l’Enfant – appena conclusa – intitolata “La Sexuation des Enfants” è emersa una clinica infantile in espansione, caratterizzata dalla netta predominanza del reale della pulsione sull’ordine simbolico, una clinica infantile non-tutta?  Il non tutto consente di accogliere i soggetti contemporanei nella loro particolarità, superando l’Universale contro la clinica dell’ideologia. Il ricorso al pas-tout può forse consentire un altro modo di far esistere l’inconscio con le nuove generazioni? Tale sfida mi pare intrigante.

Ma l’utilità clinica del pas-tout non mi pare si esaurisca nelle questioni di genere. Con il pas tout Lacan scardina l’ideologia dell’ascolto centrato sull’universale del senso e apre il campo della psicoanalisi lacaniana in maniera irreversibile. Quali conseguenze? In proposito mi sembra molto utile l’espressione del Seminario XIX “… O peggio” di logica anti-aneddotica: “esigere che non venga ridotta all’aneddoto di una parola udita”3J. Lacan, “… O peggio. Il Seminario. Libro XIX”, Einaudi, Torino 2011, pag. 36.  Successivamente accenna alla funzione scrittura del linguaggio. Mi ha aiutato una delle espressioni emerse nel corso dell’incontro di Cartello dedicato a queste pagine. Si tratta di un ascolto che “rileva i solchi che penetrano il Reale nel discorso che il paziente pronuncia”. Forse che sotto transfert all’analista tocchi leggere, più che ascoltare? Nell’addentrarmi in questo interrogativo mi è venuta in soccorso la lettura condivisa in un Gruppo di Studio dedicato a logica e clinica delle pagine che riportano una testimonianza del malato condotta da Miller4Conversation Clinique”, UFORCA, le Paon, Paris, 2020, pp. 247-271..  Il modo con cui Miller pone le domande credo esemplifichi in maniera illuminante l’ascolto-lettura dell’analista, cioè un ascolto anti-aneddotico che si trasforma in lettura del testo che il paziente scrive (oralmente) sotto transfert.

Si tratta dell’incontro tra Miller e una paziente di 19 anni ricoverata per la seconda volta per condotte suicidarie associate a fenomeni allucinatori. Miller apre il colloquio con questa frase: “Allora, mi dica ciò che la tormenta …” Parole che consentono di astenersi dal connotare in alcun modo il discorso e quando dopo poche battute la paziente cita la voce che la tormenta, Miller le pone una domanda molto precisa: “Le fa pensare alla voce di una persona che conosce?” La ragazza risponde: “È qualcuno di immaginario, penso.” Miller quindi domanda quali siano le caratteristiche di questa voce e la paziente risponde: “Molto autoritaria e mi rivolge alcuni rimproveri.” L’attenzione laser di Miller verte nell’attenersi rigorosamente al testo della paziente, senza lasciarsi depistare dalla logica aneddotica del romanzo famigliare della paziente presente in cartella clinica che poteva suggerire sovrapposizioni immaginarie. Miller infatti le domanda due volte: “Sono rimproveri che lei fa a se stessa?” e tale incedere restituisce un orientamento deciso al colloquio che ha di mira il gusto particolare della paziente, quel godimento in eccesso che la abita e che è al cuore del caso, il suo funzionamento non tutto. Ecco l’ascolto-lettura!

Come per la matematica a cui Lacan ricorre, anche per la logica del pas tout è richiesta una buona dose di esercizio, come scrive A. Barbui nell’articolo “Esercitarsi con il non tutto”. Anche la metafora del volo in sciame che ripropone nell’articolo5A. Barbui, “Esercitarsi con il non tutto”, La Psicoanalisi n. 59, Astrolabio, Roma, 2016, pp. 155-156. mi sembra calzare altrettanto a pennello: in effetti accompagnata in Cartel è stato possibile sorvolare alcuni aspetti impervi dell’insegnamento di Lacan e apprezzare un diverso orizzonte dell’insegnamento di Lacan, un’altra direzione che affaccia sulla complessità della clinica.


Note

Note
1 J.-A. Miller, Capisaldi dell’insegnamento di Lacan, Astrolabio, Roma 2021, p.10.
2 J.-A. Miller, “Habeas Corpus” in “Le psicosi ordinarie e le altre sotto transfert”, Scilicet, Alpes, Torino 2018, p. IX.
3 J. Lacan, “… O peggio. Il Seminario. Libro XIX”, Einaudi, Torino 2011, pag. 36
4 Conversation Clinique”, UFORCA, le Paon, Paris, 2020, pp. 247-271.
5 A. Barbui, “Esercitarsi con il non tutto”, La Psicoanalisi n. 59, Astrolabio, Roma, 2016, pp. 155-156.

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