SULLO PSICOANALISTA DELLA SCUOLA

Jacques Lacan

Prima di leggerla, sottolineo che bisogna intenderla sul fondo della lettura, da fare o da rifare, del mio articolo “Situazione della psicoanalisi e formazione dello psicoanalista nel 1956” (pp. 453-487 dei miei Scritti).

Si tratterà di assicurare alcune strutture nella psicoanalisi e di garantire il loro effettuarsi nello psicoanalista.

È questo che si offre alla nostra Scuola dopo una sufficiente durata di organi abbozzati in base a principi limitativi. Noi istituiamo qualcosa di nuovo solo nel funzionamento. È vero che da lì si profila la soluzione del problema della Società psicoanalitica.

Soluzione che consiste nel distinguere la gerarchia dal gradus.

All’inizio di quest’anno produrrò questo passo costruttivo:

1) lo produrrò – ve lo mostrerò;
2) vi metterò di fatto a produrne l’apparato, il quale deve riprodurre tale passo nei seguenti due sensi.

Ricordiamo ciò che esiste da noi.

Innanzitutto un principio: lo psicoanalista si autorizza solo da sé. Questo principio è inscritto nei testi all’origine della Scuola e decide della sua posizione.

Cosa che non esclude che la Scuola garantisca che un analista procede dalla sua formazione.

Essa può farlo per sua propria decisione.

E l’analista può volere tale garanzia. Il che lo porterà necessariamente oltre: a diventare responsabile del progresso della Scuola, a diventare psicoanalista della sua stessa esperienza.

Da questo punto di vista si riconosce che a queste due forme corrispondono fin d’ora:

I. L’ame o analista membro della Scuola, costituito semplicemente perché la Scuola lo riconosce come psicoanalista in quanto egli ne ha dato prova.

Consiste in questo la garanzia fornita dalla Scuola, che abbiamo distinto prima. L’iniziativa spetta alla Scuola, alla cui base si è ammessi solo con un progetto di lavoro e senza che si tenga conto della provenienza o delle qualifiche. Un analista-praticante vi viene registrato inizialmente allo stesso titolo a cui lo si iscriverebbe come medico, etnologo e tutti quanti1In italiano nel testo.

II. L’ae o analista della Scuola, al quale si ascrive di essere tra coloro che possono testimoniare dei problemi cruciali nei punti vivi a cui sono giunti rispetto all’analisi, specialmente in quanto loro stessi si stanno dando da fare o comunque sono sulla breccia per risolverli.

Questo posto implica che si voglia occuparlo: ci si può stare solo avendolo richiesto di fatto, se non nella forma.

Ecco dunque stabilito che la Scuola può garantire il rapporto dell’analista con la formazione che essa dispensa.

Essa può, e quindi deve farlo.

Proprio qui appare la lacuna, la mancanza di invenzione nello svolgere un compito (quello di cui si fregiano le società esistenti) trovando vie differenti, che evitino gli inconvenienti (e i misfatti) del regime di queste Società.

L’idea che sia necessario mantenere un simile regime per definire il gradus deve essere messa in evidenza nei suoi effetti di disagio. Disagio che non è sufficiente per giustificare la perseveranza dell’idea. E ancor meno la sua conseguenza pratica.

Che ci sia una regola per stabilire il gradus è certamente implicito in una scuola ancor più che in una società, dato che, dopotutto, in una società non c’è nessun bisogno del gradus, se essa ha interessi unicamente scientifici.

Ma c’è un reale in gioco proprio nella formazione dello psicoanalista. Noi sosteniamo che le società esistenti si fondano su questo reale.

Partiamo anche dal fatto, il quale ha dalla sua ogni evidenza, che Freud le ha volute così come sono.

Non meno palese – e per noi concepibile – è il fatto che quel reale provoca il proprio misconoscimento e arriva a produrre la propria negazione sistematica.

È dunque chiaro che Freud si è assunto il rischio di un certo stallo. Ma forse anche di più: forse vi ha visto l’unico riparo possibile per evitare l’estinzione dell’esperienza.

Affrontare la questione posta in tal maniera non è una mia peculiarità. È la conseguenza, diciamolo almeno per gli analisti della Scuola, della scelta che essi hanno fatto della Scuola.

Essi vi si trovano riuniti perché non hanno voluto accettare che con una votazione venisse spazzata via senza riserve la sopravvivenza di un insegnamento, quello di Lacan.

Chiunque abbia continuato altrove a dire che si trattava della formazione degli analisti ha mentito. È stato infatti sufficiente votare nel senso auspicato dall’ipa per ottenere di farvi ingresso a vele spiegate, salvo ricevere per qualche tempo l’abluzione della sigla made in English (non si dimenticherà il French group). I miei analizzati, come si dice, vi furono particolarmente benvenuti, e lo sarebbero ancora se il risultato potesse essere quello di farmi tacere.

A chi lo vuol sentire, lo si ricorda tutti i giorni.

È dunque a un gruppo al quale il mio insegnamento era talmente prezioso, anzi talmente essenziale, che ciascun deliberante ha specificato di preferire il suo mantenimento al vantaggio offerto – e questo senza guardare più lontano, così come io, senza guardare più lontano, ho interrotto il mio seminario in seguito alla suddetta votazione –, è a questo gruppo in cerca di una via d’uscita che ho offerto di fondare la Scuola.

Con questa scelta, decisiva per coloro che sono qui, viene sottolineato il valore della posta in gioco. Ci può essere una posta in gioco che per taluni vale al punto che è per loro essenziale, ed è il mio insegnamento.

Se tale insegnamento è per loro senza rivali, lo è allora per tutti, come dimostrano quanti vi accorrono senza averne pagato il prezzo, per i quali resta in sospeso la questione del profitto che potranno trarne.

Senza rivali non esprime qui una valutazione, ma un fatto: nessun insegnamento parla di che cosa è la psicoanalisi. Altrove, per esplicita ammissione, ci si preoccupa unicamente della sua conformità.

C’è solidarietà tra l’avaria, per non dire le deviazioni che lascia vedere la psicoanalisi e la gerarchia che in essa regna – e che noi designiamo, ci sia benevolmente consentito, come la gerarchia di una cooptazione di saggi.

Il motivo è che tale cooptazione promuove un ritorno a uno statuto della prestanza, coniugando la pregnanza narcisistica con l’astuzia competitiva. Ritorno che restaura dei rafforzamenti del relapso, cosa che la psicoanalisi didattica ha come scopo di liquidare.

È questo effetto che proietta la sua ombra sulla pratica della psicoanalisi – di cui il termine, l’oggetto e perfino lo scopo si dimostrano inarticolabili dopo mezzo secolo e più di esperienza ininterrotta.

Per porvi rimedio, da noi, è necessario partire dalla constatazione della carenza che ho messo in luce, lungi quindi dall’idea di stendervi un velo.

Ma solo per cogliere, in tale carenza, l’articolazione mancante.

Essa concorda con qualcosa che si ritroverà dappertutto, e che è risaputo da sempre, ossia che non basta, per adempierlo, che un compito sia evidente. È per il verso della sua falla beante che esso può essere messo in azione, e ciò avviene ogni qualvolta si trovi il mezzo per farne uso.

Per introdurvi a tutto ciò mi appoggerò ai due momenti del raccordo di quelle che chiamerò, in questa sorta di giocosa digressione, rispettivamente la psicoanalisi in estensione, ossia tutto ciò che è riassunto dalla funzione della nostra Scuola in quanto essa rende presente la psicoanalisi al mondo, e la psicoanalisi in intensione, ossia la didattica, in quanto il suo scopo non è unicamente quello di preparare degli operatori.

Si dimentica infatti la sua ragion d’essere pregnante: costituire la psicoanalisi come esperienza originale; spingerla fino al punto che raffigura la sua finitezza per consentire il suo après-coup, effetto di tempo, lo sappiamo, in essa radicale.

Una tale esperienza è essenziale per isolare la psicoanalisi dalla terapeutica, la quale distorce la psicoanalisi, e non solo perché ne attenua il rigore.

Devo forse osservare che non c’è altra definizione possibile della terapeutica se non il ristabilimento di uno stato pristino? Definizione che è per l’appunto impossibile formulare nella psicoanalisi.

Per quanto riguarda il primum non nocere non ne parliamo, dato che è mutevole in quanto non può essere determinato primum in partenza: a che cosa mai dovremmo scegliere di non nuocere! Provate. Con questa premessa è troppo facile mettere all’attivo di una cura qualsiasi il fatto di non avere nociuto a qualcosa. È un tratto forzato che presenta il solo interesse di reggersi senza dubbio su un indecidibile logico.

Si può ormai considerare trascorso il tempo in cui ciò a cui si trattava di non nuocere era l’entità morbosa. Ma questa rivoluzione concerne il tempo del medico ben più di quanto non si pensi – in ogni caso è diventata più precaria l’esigenza di ciò che rende o non rende medico un insegnamento. È una digressione.

Sono noti i nostri punti di raccordo, quelli nei quali devono funzionare i nostri organi di garanzia: sono l’inizio e la fine della psicoanalisi, come negli scacchi. Per fortuna sono i punti più esemplari per la sua struttura. Fortuna che deve avere a che fare con quello che chiamiamo l’incontro.

In principio della psicoanalisi è il transfert. Lo è per grazia di colui che, agli albori di questo discorso, chiameremo lo psicoanalizzante!2[J.L.] Di solito viene chiamato lo psicoanalizzato, per anticipazione. Non abbiamo da rendere conto di ciò che lo condiziona. Perlomeno qui. Si trova all’inizio. Ma che cos’è?

Sono sorpreso che nessuno abbia mai pensato di controbattermi, visti certi termini della mia dottrina, che il transfert fa di per sé obiezione all’intersoggettività. Ne sono persino dispiaciuto, giacché non c’è niente di più vero: esso la refuta, è la sua pietra d’inciampo. D’altronde è per stabilire lo sfondo su cui si potesse scorgere il suo contrario che in un primo tempo ho promosso quel tanto di intersoggettività che è implicato dall’uso della parola. Questo termine è dunque stato un modo, un modo come un altro direi, se non mi si fosse imposto, di circoscrivere la portata del transfert.

Dopodiché, là dove bisogna comunque giustificare il proprio appannaggio universitario, ci si impadronisce di tale termine, supponendo, forse perché l’ho usato io, che fosse levitatorio. Ma chi mi legge può notare il “di riserva” con cui faccio intervenire questo riferimento per la concezione della psicoanalisi. Esso è una delle concessioni educative a cui ho dovuto risolvermi dato il contesto favolosamente ignorantistico in cui ho dovuto proferire i miei primi seminari.

Non è forse fuori dubbio ora che rapportando al soggetto del cogito ciò che l’inconscio ci scopre, e avendo definito la distinzione fra l’altro immaginario, detto familiarmente piccolo altro, e il luogo di operazione del linguaggio, posto come il grande Altro, indico in maniera sufficiente che nessun soggetto può essere supposto da un altro soggetto – se questo termine deve giustamente essere preso nel verso di Descartes? Che costui abbia bisogno di Dio, o piuttosto della verità che gli accredita, affinché il soggetto trovi alloggio sotto quello stesso manto che avvolge ingannevoli ombre umane, e che Hegel, riprendendolo, affermi l’impossibilità della coesistenza delle coscienze in quanto si tratta del soggetto promesso al sapere, tutto ciò non è forse sufficiente per puntualizzare la difficoltà di cui per l’appunto la nostra impasse, quella del soggetto dell’inconscio, offre la soluzione – a chi sa concepirla?

È vero che a questo punto Jean-Paul Sartre, capacissimo di accorgersi che la lotta a morte non è una soluzione, dato che non si può distruggere un soggetto, e che d’altronde essa si trova in Hegel preposta alla sua nascita, pronuncia a porte chiuse la sentenza fenomenologica: è l’inferno. Ma siccome questo è falso e in modo imputabile alla struttura, dato che il fenomeno mostra che il vigliacco, se non è folle, può adattarsi benissimo allo sguardo che lo fissa, tale sentenza prova inoltre che l’oscurantismo non ha il suo posto a tavola solo nelle agapi di destra.

Il soggetto supposto sapere è per noi il perno a partire da cui si articola tutto ciò che riguarda il transfert. Di cui sfuggono gli effetti, se per coglierli si fa presa con il pun piuttosto maldestro che si stabilisce tra il bisogno della ripetizione e la ripetizione del bisogno.

Qui il levitante dell’intersoggettività mostrerà la sua finezza chiedendo: soggetto supposto da chi se non da un altro soggetto?

Una reminiscenza di Aristotele, una goccia delle categorie, imploriamo noi, per togliere al soggetto la crosta del soggettivo. Un soggetto non suppone niente. Esso è supposto.

Supposto, insegniamo noi, dal significante che lo rappresenta per un altro significante.

Scriviamo come si deve il supposto di questo soggetto mettendo il sapere al suo posto di attinenza alla supposizione:

riprendere lo schema che si trova a p. 246

S                                   Sq

s(S1, S2,… Sn)

Sulla prima riga si riconosce il significante S del transfert, ossia di un soggetto con la sua implicazione di un significante che diremo qualunque, il quale cioè non suppone niente se non la particolarità nel senso di Aristotele (sempre benvenuto), e di conseguenza suppone altre cose ancora. Se è nominabile con un nome proprio, non per questo si distingue tramite il sapere, come vedremo.

Sotto la barra, ridotta però alla spanna di supposizione del primo significante: la s rappresenta il soggetto che ne risulta implicando nella parentesi il sapere, supposto presente, dei significanti nell’inconscio, significazione che detiene il posto del referente ancora latente in questo rapporto terzo che lo aggiunge alla coppia significante-significato.

Qui si vede che la psicoanalisi, se consiste nel mantenere una situazione convenuta tra due partner che vi si pongono come psicoanalizzante e psicoanalista, non potrebbe svilupparsi se non in virtù del costituente ternario che è il significante introdotto nel discorso che si instaura, quello che ha per nome: soggetto supposto sapere. Formazione, quest’ultima, che non è di artificio ma di vena, come distaccata dallo psicoanalizzante.

Dobbiamo vedere che cosa qualifica lo psicoanalista a rispondere a questa situazione che, come si può notare, non coinvolga la sua persona. Infatti, non solo il soggetto supposto sapere non è reale, ma non è affatto necessario che il soggetto attivo in questa congiuntura, ossia lo psicoanalizzante (solo nel parlare, innanzitutto), gliene faccia imposizione.

È anzi così poco necessario che di solito non è vero: lo dimostra, nei primi tempi del discorso, un certo modo di assicurarsi che l’abito non sta bene allo psicoanalista – un’assicurazione contro il timore che egli vi imprima, se così posso dire, troppo presto le sue pieghe.

Ciò che qui ci interessa è lo psicoanalista nella sua relazione con il sapere del soggetto supposto, relazione non già seconda ma diretta.

È chiaro che del sapere supposto egli non sa nulla. La Sq della prima riga non ha niente a che vedere con la catena di S della seconda e vi si può trovare se non per incontro. Sottolineiamo questo dato per ricondurvi la strana insistenza con cui Freud ci raccomanda di accostarci a ogni caso nuovo come se non avessimo acquisito niente dalle sue prime decifrazioni.

Il che non autorizza affatto lo psicoanalista ad accontentarsi di sapere che non sa nulla, poiché si tratta per l’appunto di quello che egli è tenuto a sapere.

Ciò che egli è tenuto a sapere può essere tracciato procedendo dallo stesso rapporto “di riserva” secondo cui opera ogni logica degna di questo nome. Questo non vuol dire niente di “particolare”, ma si articola in una catena di lettere così rigorose che, a condizione di non mancarne neppure una, il non-saputo si ordina come il quadro del sapere.

È sbalorditivo che così facendo si trovino delle cose, per esempio i numeri transfiniti. Che ne era di essi, prima? Indico qui il loro rapporto con il desiderio che ha dato loro consistenza. È utile pensare all’avventura di un Cantor, avventura che non fu esattamente gratuita, per suggerire l’ordine, anche qualora non fosse transfinito, in cui si situa il desiderio dello psicoanalista.

Questa situazione rende viceversa conto dell’apparente agio con cui si installano nelle posizioni di direzione delle società esistenti quelle che dobbiamo pur chiamare delle nullità. Capitemi bene: l’importante non è il modo in cui queste nullità si agghindano (discorso sulla bontà?) rispetto all’esterno e neppure la disciplina che il vuoto sostenuto all’interno suppone (non si tratta di stoltezza), importa invece il fatto che questa nullità (del sapere) sia riconosciuta da tutti, oggetto usuale, se si può dire così, per i subordinati e moneta corrente nel loro apprezzamento da parte dei Superiori.

La ragione si trova nella confusione a proposito dello zero, dove si rimane in un campo in cui essa è fuori corso. Nessuno si preoccupa di insegnare nel gradus che cosa distingue il vuoto dal niente, che tuttavia non si equivalgono, o che cosa distingue il tratto di riferimento per la misura dall’elemento neutro implicato nel gruppo logico, o ancora la nullità dell’incompetenza dal non-marcato dell’ingenuità – distinzioni a partire da cui tante cose prenderebbero il proprio posto.

È proprio per rimediare a questa carenza che ho prodotto l’otto interno e più generalmente la topologia su cui si regge il soggetto.

Quello che deve predisporre un membro della Scuola a tali studi è la prevalenza, che potete cogliere nell’algoritmo prodotto qui sopra ma che tale rimane anche se la si ignora, la prevalenza manifesta dappertutto, sia nella psicoanalisi in estensione sia in quella in intensione, di quello che chiamerò sapere testuale per contrapporlo alla nozione referenziale che la maschera.

Di tutti gli oggetti che il linguaggio non solo propone al sapere, ma che ha innanzitutto messo al mondo, nel mondo della realtà dello sfruttamento interumano, non si può certo dire che lo psicoanalista sia un esperto. Sarebbe meglio, ma sta di fatto che è piuttosto scarso.

Il sapere testuale non era parassita se ha animato una logica in cui la nostra trova, con sorpresa, di che imparare (parlo della logica medievale), e non è a suo svantaggio che questa ha saputo affrontare il rapporto tra il soggetto e la Rivelazione.

Se il valore religioso del sapere testuale ci è diventato indifferente, non dobbiamo però trascurare il suo effetto nella struttura. La psicoanalisi prende consistenza dai testi di Freud – è un dato di fatto incontestabile. Sappiamo anche quanto i testi, da Shakespeare a Lewis Caroll, apportino al suo genio e a coloro che la praticano.

Ecco il campo in cui si discerne chi ammettere al suo studio. È il campo da cui hanno attinto la propria forza il sofista e il talmudista, il cantastorie e l’aedo, quella forza che noi, in ogni istante, recuperiamo in modo più o meno maldestro per il nostro uso.

Che un Lévi-Strauss gli dia uno statuto scientifico nelle sue mitologiche è qualcosa che ci rende certamente più agevole farne la soglia della nostra selezione.

Ricordiamo la guida che il mio grafo offre all’analisi e l’articolazione, che vi si può isolare, del desiderio nelle istanze del soggetto.

È per indicare l’identità dell’algoritmo qui precisato con quanto nel Simposio è connotato come agalma.

Dove è detto meglio di quanto non faccia Alcibiade che le insidie amorose del transfert hanno il solo scopo di ottenere ciò di cui egli pensa che Socrate sia l’ingrato contenitore?

Ma chi meglio di Socrate sa di non detenere altro se non la significazione che egli genera nel trattenere questo niente, cosa che gli permette di rinviare Alcibiade al destinatario lì presente del suo discorso, Agatone (guarda caso!): tutto ciò per insegnarvi che, fino a quando vi assillate con quel che vi riguarda nel discorso dello psicoanalizzante, non ci siete ancora.

Tutto qui? Dal momento che lo psicoanalizzante è qui identico all’agalma, la meraviglia che ci abbaglia, noi terzi, in Alcibiade, non ci si offre forse l’occasione di vedere isolarsi il versante puro del soggetto come rapporto libero con il significante, quello in cui spicca il desiderio del sapere come desiderio dell’Altro?

Come tutti i casi particolari che danno luogo al miracolo greco, anche questo ci presenta il vaso di Pandora chiuso. Una volta aperto, ecco la psicoanalisi, di cui Alcibiade non aveva bisogno.

Con quella che ho chiamato fine della partita siamo – finalmente – arrivati all’osso del nostro discorso di stasera. Il termine della psicoanalisi chiamata, con superfetazione, didattica è effettivamente il passaggio da psicoanalizzante a psicoanalista.

È nostro intento esprimerlo con un’equazione la cui costante sia l’agalma.

Il desiderio dello psicoanalista è la sua enunciazione, la quale può operarsi soltanto a condizione che esso intervenga nella posizione della x:

– di quella stessa x la cui soluzione consegna allo psicoanalizzante il suo essere e il cui valore si annota (– φ), la falla beante indicata come la funzione del fallo da isolare nel complesso di castrazione, oppure (a) per quanto riguarda ciò che la ottura con l’oggetto che si riconosce sotto la funzione a cui si avvicina la relazione pregenitale. (È questa che si trova annullata nel caso di Alcibiade: lo connota la mutilazione delle erme).

La struttura così riassunta vi permette di farvi un’idea di quanto accade al termine della relazione del transfert, vale a dire quando, essendosi risolto il desiderio che ha sostenuto nella sua operazione lo psicoanalizzante, costui non gli va più alla fine di confermarne l’opzione, vale a dire quel resto che, in quanto determina la sua divisione, lo fa decadere dal suo fantasma e lo destituisce come soggetto.

Non è forse su questo che dobbiamo tenere la bocca saldamente cucita noi psicoanalisti che ne ricaviamo la nostra sufficienza, mentre la beatitudine si offre al di là, quando noi stessi ce ne dimentichiamo?

Annunciandolo, non rischiamo forse di scoraggiare gli amatori? La destituzione soggettiva scritta sul biglietto d’ingresso… non è forse cosa da provocare l’orrore, l’indignazione, il panico, anzi l’attentato, e in ogni caso dare pretesto all’obiezione di principio?

Solo che porre un’interdizione su quanto si impone del nostro essere vuol dire offrirci a un ritorno del destino fatto di maledizione. Ricordiamoci del verdetto lacaniano: ciò che viene rifiutato nel simbolico riappare nel reale.

Nel reale della scienza – che in questa nostra epoca destituisce il soggetto in ben altro modo, mentre gli unici a restarne sconvolti sono proprio i suoi rappresentanti più eminenti, un Oppenheimer per esempio.

Ecco dove siamo dimissionari rispetto a ciò che ci rende responsabili, vale a dire la posizione in cui ho fissato la psicoanalisi nella sua relazione con la scienza, posizione che consiste nell’estrarre la verità che a questa corrisponde in termini il cui residuo di voce ci è assegnato.

Con quale pretesto schermiamo tale rifiuto, quando ci è ben nota l’incuranza che protegge la verità e insieme i soggetti, e sappiamo bene che a costoro la promessa della verità non fa né caldo né freddo, a meno che non vi siano già vicini. Parlare di destituzione soggettiva non fermerà mai l’innocente, il quale ha come unica legge il proprio desiderio.

Ci resta una sola scelta: affrontare la verità o ridicolizzare il nostro sapere.

La fitta ombra che ricopre il raccordo di cui mi sto occupando qui, quello dove lo psicoanalizzante passa a psicoanalista: ecco che cosa la nostra Scuola può impegnarsi a dissolvere.

Io non sono più avanti di voi in quest’opera che non può essere condotta da soli, dato che la psicoanalisi ne costituisce l’accesso.

Qui devo accontentarmi di uno o due flash, precedendola.

Come non ricordare, come ha fatto finalmente uno di noi, ossia Mannoni, che all’origine della psicoanalisi lo psicoanalista è Fliess, vale a dire il medicastro, il solleticatore di nasi, l’uomo a cui nei numeri 21 e 28 si rivelano, checché voi ne pensiate, i principi maschile e femminile, insomma, quel sapere che lo psicoanalizzante Freud, lo scientista, come si esprimono con una smorfia sdegnosa le anime aperte all’ecumenismo, rigetta con tutta la forza del giuramento che lo lega al programma di Helmholtz e compagni.

Che l’articolo in questione sia stato dato a una rivista che non tollerava che il termine “soggetto supposto sapere” vi figurasse come sperduto in mezzo a una pagina non toglie niente al valore che esso può avere per noi.

Ricordandoci “l’analisi originaria” esso ci riporta alla base della dimensione di miraggio su cui si assesta la posizione dello psicoanalista e ci suggerisce che non è sicuro che essa venga ridotta fintantoché nella nostra disciplina non si sarà insediata una critica scientifica.

Il titolo si presta all’osservazione che la vera analisi originaria non può essere che la seconda, in quanto costituisce quella ripetizione che fa della prima un atto. Infatti è essa a introdurvi l’après-coup specifico del tempo logico, che è contraddistinto dal fatto che lo psicoanalizzante è passato a psicoanalista. (Parlo anche di Freud stesso, che con questo passaggio sancisce così di non aver fatto un’autoanalisi).

Mi permetto inoltre di ricordare a Mannoni che la scansione del tempo logico include quello che ho chiamato il momento di comprendere, precisamente per l’effetto prodotto (che riprenda il mio sofisma) dalla non comprensione, e che eludendo insomma ciò che costituisce l’anima del suo articolo egli ne favorisce il travisamento.

Ricordo qui che chiunque fosse da noi reclutato sulla base del “capire i propri malati” si impegnerebbe a partire da un malinteso che in quanto tale non è sano.

Un flash, ora, sul punto in cui ci troviamo. Con la fine dell’analisi ipomaniacale descritta dal nostro Balint come l’ultimo grido, – è il caso di dirlo, – dell’identificazione dello psicoanalizzante con la sua guida, tocchiamo la conseguenza del rifiuto denunciato qui sopra (rifiuto losco: Verleugnung?), il quale non lascia altra alternativa se non il rifugio nella parola d’ordine, attualmente adottata nelle società esistenti, dell’alleanza con la parte sana dell’io. Questa risolve il passaggio all’analista postulando l’esistenza in lui di questa parte sana fin dall’inizio. A che serve, allora, passare per l’esperienza?

È la posizione delle società esistenti. Essa rigetta il nostro proponimento in un al di là della psicoanalisi.

Il passaggio da psicoanalizzante a psicoanalista ha una porta il cui cardine è quel resto che costituisce la loro divisione, dato che questa altro non è che la divisione del soggetto, di cui quel resto è la causa.

In questo viraggio in cui il soggetto vede barcollare la sicurezza che ricavava dal fantasma in cui si costituisce per ciascuno la finestra sul reale, ci si accorge che la presa del desiderio è solo quella di un disessere.

Disessere in cui si svela l’inessenziale del soggetto supposto sapere, per cui lo psicoanalista a venire si vota all’agalma dell’essenza del desiderio, pronto a pagarlo riducendosi, lui e il suo nome, al significante qualunque.

Poiché ha rigettato l’essere che non sapeva qual era la causa del suo fantasma, nel momento stesso in cui, finalmente, è diventato questo sapere supposto.

“Che sappia, di quanto io non sapevo dell’essere del desiderio, che ne è di lui, venuto all’essere del sapere, e che si cancelli”. Sicut palea, come Tommaso dice della propria opera alla fine della sua vita: come strame.

Così l’essere del desiderio si congiunge con l’essere del sapere per rinascere, dacché si annodano in una striscia fatta dell’unico bordo in cui si inscrive una sola mancanza, quella che l’agalma sostiene.

La pace non arriva subito a suggellare questa metamorfosi in cui il partner svanisce per non essere ormai altro se non sapere vano di un essere che si sottrae.

Constatiamo qui la futilità del termine liquidazione per indicare questo buco in cui unicamente si risolve il transfert. Io non ci vedo altro, contro ogni apparenza, che una denegazione del desiderio dell’analista.

Come non cogliere, infatti, vedendo i due partner giocare nelle mie ultime righe come i due pali di uno schermo girevole, che il transfert non è mai stato nient’altro se non il perno di questa alternanza?

Così, da colui che ha ricevuto la chiave del mondo nella fessura dell’impubere, lo psicoanalista non deve più aspettarsi uno sguardo, ma si vede diventare una voce.

E quell’altro che, da bambino, ha trovato il proprio rappresentante rappresentativo nella sua irruzione attraverso il giornale dispiegato, che offriva riparo al terreno di decantazione dei pensieri del suo genitore, rinvia allo psicoanalista l’effetto di angoscia in cui cade nella propria deiezione.

La fine della psicoanalisi mantiene così in sé un’ingenuità, a proposito della quale dobbiamo chiederci se sia da considerare una garanzia nel passaggio al desiderio di essere psicoanalista.

Da dove ci si potrebbe dunque attendere una testimonianza giusta per appunto su colui che ha oltrepassato questa passe, se non da un altro il quale, come lui, è ancora questa passe, ossia in cui in quello stesso momento è presente il disessere in cui il suo psicoanalista trattiene l’essenza di quanto è passato per lui come un lutto, sapendo in tal modo, come chiunque altro in funzione di didatta, che passerà anche a loro.

Chi meglio di questo psicoanalizzante nella passe potrebbe autentificare quanto c’è in essa di posizione depressiva? Non mettiamo in piazza nulla di cui ci si possa vantare se non ci si è arrivati.

È quanto sto per proporvi come compito da affidare, per la domanda di diventare analista della Scuola, ad alcuni che chiameremo passeurs.

Saranno stati scelti, ognuno, da un analista della Scuola, da uno che possa garantire che si trovino effettivamente in questa passe o che ci siano ritornati, insomma, che siano ancora impegnati a sbrogliare la loro esperienza personale.

È a costoro che uno psicoanalizzante parlerà della propria analisi per farsi autorizzare come analista della Scuola, e la testimonianza che essi saranno capaci di accogliere dal vivo del proprio passato sarà tale che nessuna commissione di accettazione ne ha mai raccolta una simile. La decisione di una tale commissione ne verrebbe dunque illuminata, quei testimoni non essendo, beninteso, dei giudici.

È inutile sottolineare come questa proposta implichi un accumulo di esperienza, la sua raccolta e la sua elaborazione, una seriazione della sua varietà, una notazione dei suoi gradi.

Che la chiusura di un’esperienza possa dar luogo a delle libertà è un effetto che fa parte della natura dell’après-coup nella significanza.

A ogni modo si tratta di un’esperienza che non può essere elusa. I suoi risultati devono essere comunicati, innanzitutto alla Scuola per una discussione critica, e correlativamente devono essere messi alla portata di quelle società che restano una faccenda che ci riguarda, sebbene ci abbiano esclusi.

La commissione in carica non potrà dunque astenersi da un lavoro di dottrina, al di là del suo funzionamento relativo alla selezione.

Prima di proporvene una forma, voglio solo indicare che, conformemente alla topologia del piano proiettivo, è all’orizzonte della psicoanalisi in estensione che si annoda il cerchio interno che noi tracciamo come falla beante della psicoanalisi in intensione.

Orizzonte che vorrei centrare rispetto a tre punti di fuga prospettici, degni di nota per il fatto che ognuno appartiene a uno dei registri la cui collusione nell’eterotopia costituisce la nostra esperienza.

Nel simbolico abbiamo il mito edipico.

Rispetto al nucleo dell’esperienza su cui abbiamo insistito, osserviamo quella che tecnicamente chiamerei la fatticità di questo punto. Esso fa parte infatti di una mitogenia di cui una delle componenti è, come sappiamo, la sua ridistribuzione. Ora l’Edipo, per il fatto di essere ectopico (carattere sottolineato da Kroeber), pone un problema.

Aprirlo permetterebbe di restaurare, anche relativizzandola, la sua radicalità nell’esperienza.

Vorrei tentare di farmi capire semplicemente così: togliete l’Edipo e vi dirò che la psicoanalisi in estensione diventa interamente riconducibile al delirio del presidente Schreber.

Controllate la loro corrispondenza punto per punto, certo non attenuata dopo che Freud l’ha annotata senza declinarne l’imputazione. Ma sorvoliamo su quello che il mio seminario su Schreber ha offerto a coloro che potevano intenderlo.

Ci sono altri aspetti di questo punto relativi ai nostri rapporti con l’esterno o, per essere più precisi, alla nostra extraterritorialità – termine essenziale nello Scritto che considero come una prefazione a questa proposta. Osserviamo il posto attribuito all’ideologia edipica per esentare in qualche modo la sociologia, ormai da un secolo, dal prendere posizione, come doveva fare prima, sul valore della famiglia, della famiglia esistente, della famiglia piccolo-borghese, nella civiltà – e cioè nella società veicolata dalla scienza. Ricaviamo noi un beneficio oppure no da ciò che così copriamo, a nostra insaputa?

Il secondo punto è costituito dal tipo di unità esistente – questa volta la fatticità è evidente: società di psicoanalisi, in quanto capitanata da un esecutivo su scala internazionale.

L’abbiamo già detto: Freud l’ha voluta così. E lo sottolinea ancor meglio il sorriso imbarazzato con cui smentisce il romanticismo da Komintern clandestino al quale aveva dapprima apposto la firma in bianco (si veda Jones, citato nel mio Scritto).

La natura di queste società e il loro modo di ottemperare diventano evidenti con la promozione, da parte di Freud, della Chiesa e dell’Esercito quali modelli di come egli concepisce la struttura del gruppo (termine con cui bisognerebbe effettivamente tradurre oggi il Masse della sua Massenpsychologie).

L’effetto indotto dalla struttura così privilegiata diventa ancora più evidente introducendo nella Chiesa e nell’Esercito anche la funzione del soggetto supposto sapere. Per chi volesse intraprenderlo, è uno studio che porterebbe lontano.

Se ci si attiene al modello freudiano, appaiono in maniera flagrante il favore accordato alle identificazioni immaginarie e, al tempo stesso, il motivo che incatena la psicoanalisi in intensione a limitare a esse la sua considerazione, per non dire la sua portata.

Uno dei miei migliori allievi ha ricondotto molto bene questo tracciato all’Edipo, definendo la funzione del Padre ideale.

Tale tendenza, come si usa dire, è responsabile della relegazione al punto di orizzonte che abbiamo definito prima di ciò che possiamo qualificare come edipico nell’esperienza.

La terza effettività, reale, troppo reale, reale a tal punto da rendere il reale nel promuoverlo più pudibondo della lingua, è ciò che il termine campo di concentramento rende parlabile, un termine sul quale ci sembra che i nostri pensatori, a vagolare dall’umanesimo al terrore, non si siano ancora abbastanza concentrati.

Sintetizziamo dicendo che quanto ne abbiamo visto emergere, con nostro orrore, rappresenta la reazione di precursori rispetto a quanto si andrà sviluppando come conseguenza del rimaneggiamento dei raggruppamenti sociali a opera della scienza e, per chiamarla per nome, dell’universalizzazione che la scienza vi introduce.

Il nostro avvenire di mercati comuni avrà come contrappeso una sempre più dura estensione dei processi di segregazione.

Considerando la sua introduzione al modello secolare di questo processo fin dalla nascita, dobbiamo forse ascrivere a Freud di aver voluto assicurare nel suo gruppo il privilegio dell’universale galleggiabilità, di cui sono beneficiarie le due istituzioni suddette? La cosa non è impensabile.

Ad ogni modo, questa risorsa non aiuta il desiderio dello psicoanalista a situarsi in tale congiuntura.

Ricordiamo che se l’ipa mitteleuropea ha dimostrato il proprio preadattamento a una simile prova non perdendo uno solo dei suoi membri nei campi succitati, è a questa prova di forza che deve la grande affluenza di candidati che si è vista prodursi dopo la guerra – non certo priva di contropartita (cento psicoanalisti mediocri: ricordiamolo!) –, candidati nella cui mente non era assente la motivazione di trovare lì scampo contro la marea rossa. Che era il fantasma di allora.

La “coesistenza”, che potrebbe anch’essa essere spiegata con un transfert, non deve farci dimenticare un fenomeno che è una delle nostre coordinate geografiche, è proprio il caso di dirlo, e la cui portata viene piuttosto mascherata dalle confuse ciance sul razzismo.

La fine di questo documento precisa in che modo potrebbe essere introdotto ciò che, inaugurando un’esperienza nuova, tende solo a rendere finalmente autentiche le garanzie cercate.

Le si lasci interamente nelle mani di coloro che sanno di che si tratta.

Non senza rammentarsi tuttavia che sono coloro che hanno sofferto maggiormente per le prove imposte dalla disputa con l’organizzazione esistente. È evidente, non appena è consentito gettarvi uno sguardo, quanto lo stile e gli scopi di tale organizzazione devono al black-out prodotto nella funzione della psicoanalisi didattica: da qui l’isolamento con cui essa stessa si protegge.

Le obiezioni che la nostra proposta ha incontrato all’interno della nostra Scuola non scaturiscono da un timore così organico.

Il fatto che esse si siano espresse su un tema motivato mobilita già l’autocritica. Esigendo titoli più giusti, il controllo delle capacità non è più ineffabile.

È proprio in una prova simile che si fa riconoscere l’autorità.

Il pubblico dei tecnici sappia che non si tratta di contestarla, ma di farla uscire dalla finzione.

L’Ecole freudienne non potrebbe cadere nel tough senza umorismo di uno psicoanalista che ho incontrato durante il mio ultimo viaggio negli Stati Uniti: “Il motivo per cui non attaccherò mai le forme istituite – mi disse – è che mi assicurano senza alcun problema una routine che è il mio confort”.

Note   [ + ]

1. In italiano nel testo
2. [J.L.] Di solito viene chiamato lo psicoanalizzato, per anticipazione.

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